di Guido Vitiello
Incontro con l’attore interprete della miniserie “Portobello”: «Studiavo Giurisprudenza, lasciai tutto a 5 esami dalla laurea. Chi finisce nel cerchio del processo è già impuro per il fatto di essere lì: anche se vieni assolto, la macchia resta»
Il senno del poi è una corte d’appello che giudica sulla nostra stupidità di prima. Oggi sappiamo tutti che Enzo Tortora era innocente, e che immaginarlo spacciatore di cocaina per conto della camorra era, a esser larghi di manica, pessima letteratura. Ma cosa pensammo, o cosa avremmo pensato, quando il caso era appena scoppiato e l’Italia intera sembrava ipnotizzata dalle affabulazioni dei pentiti? Torniamo al 1983 e accendiamo la televisione, che da qualche anno è a colori. C’è Enzo Biagi – il primo a seminare il dubbio sulle tesi della Procura di Napoli – che intervista Cino Tortorella, collega e amico di Tortora noto al pubblico come il mago Zurlì dello Zecchino d’Oro. Biagi gli domanda se abbia mai sentito voci su Tortora cocainomane. «Io Tortora, effettivamente, l’ho visto annusare più di una volta», risponde lui; e aggiunge, dopo una pausa sorniona: «Sarebbe bello se la trasmissione finisse in questo momento: arriverebbero subito i magistrati».
Ecco, fermiamo l’istante: il fumo velenoso del sospetto si è insinuato da questo spiraglio, e una volta che si è insinuato non è facile liberare l’aria dai miasmi. Serve un rito purificatore. Già, ma quale?
Portobello, per una felice intuizione del regista Marco Bellocchio, comincia proprio dal nostro fermo immagine: in un camerino affollato di maschere, Tortora sniffa qualcosa dal dorso della mano. È una presa di tabacco, come sapremo più avanti (e come Tortorella spiegava subito a Biagi). Piccola eccentricità di un gentiluomo démodé che viveva in un mondo di libri – e nei romanzi ottocenteschi, si sa, spesso il tabacco si annusa. Ma il gesto di Fabrizio Gifuni, che fa rivivere Tortora nelle sei puntate di Portobello, è anche sinistramente inaugurale: l’eroe, senza saperlo, è adescato nell’antro bisbigliante del sospetto. E noi siamo chiamati a riconquistare, passo dopo passo, una verità che credevamo di possedere già in partenza: Tortora è innocente. Non era lo stesso per gli spettatori della tragedia antica? Conoscevano il destino di Edipo, di Oreste o di Elettra prima ancora che gli attori entrassero in scena; ma una cosa è sapere, altra è fare esperienza.
Una macchina terribile
Ne parlo con Gifuni in un bar di Trastevere, a Roma, e scopro che la chiave tragica gli è fin troppo congeniale. Da studente di giurisprudenza avrebbe voluto proporre a Franco Cordero una tesi sui legami tra il rito processuale e il rito teatrale, ma a cinque esami dal traguardo mollò tutto e si dedicò al teatro, «la cosa che somigliava di più alla felicità». In tribunale, invece, di felicità non c’è traccia: «È una macchina terribile che gli uomini si sono dati, perché qualcuno doveva pur giudicare», mi dice mentre aspettiamo due decaffeinati che non arriveranno mai. «Chi entra nel cerchio del processo è già impuro per il fatto di essere lì. Anche se è assolto, la macchia resta. Questo ci riporta al teatro: il primo tribunale umano viene istituito per giudicare il matricida Oreste – il primo ruolo che ho interpretato sulla scena». Gli faccio notare che l’ultimo ruolo non è così lontano dal primo. «Vedi? È arrivato Eschilo. E io combatto col fato», scrive Tortora dal carcere alla compagna Francesca Scopelliti.
All’epoca del processo di primo grado, nel 1985, Gifuni aveva diciassette anni e preparava gli esami di maturità. Di giorno, almeno; perché al calar del sole, richiusi i libri, ascoltava le udienze su Radio Radicale: «Ne ho un ricordo molto vivo. Un esperimento notturno fatto di voci, in cui c’era una forte fascinazione oratoria. Ti dovevi immaginare i corpi all’interno di questo gran teatro: non c’era ancora Un giorno in pretura, le telecamere facevano solo delle brevi riprese per i tg». Con il famoso senno del poi, tutta l’accusa contro Tortora gli sembra una grottesca assurdità – anzi un pasticciaccio, un vortice o uno gnòmmero, precisa lui, che ha portato Gadda in scena. Ma all’epoca, ammette, non gli era altrettanto evidente. Riavvolgiamo il nastro fino all’istante in cui i carabinieri compaiono sulla soglia della stanza d’albergo dove Tortora dorme ignaro: «È la materializzazione dell’incubo di ogni essere umano. Qualcuno di notte ti bussa alla porta. E tu pensi di risvegliarti dopo breve, invece passano i giorni, i mesi. Questa atmosfera che Kafka ha descritto così bene io ce l’avevo molto presente. Tortora vive un momento di smarrimento infantile. Lo racconta la sorella Anna in un’intervista: gli si erano spalancati gli occhi. Diventano gli occhi di un bambino che non crede che stia accadendo veramente».
Non è l’unica volta in cui Tortora sgrana gli occhi. Negli anni del carcere e del processo scoprirà un volto inquisitorio del potere italiano che gli era sempre sfuggito. E allora la sua non sarà più l’incredulità del bambino, ma la rabbia civile di un adulto molto battagliero. Qualcosa di paragonabile accadde ad Aldo Moro, che nei giorni della prigionia vide cadere una a una le maschere del potere. Gifuni lo ha incarnato più volte, e forse senza volerlo ha dato al suo Tortora un tocco dello statista democristiano. «Mentre ci lavoravo non ci pensavo. Anzi, Moro ho cercato di tenerlo il più lontano possibile, perché è un fantasma che mi accompagna. Ci sono momenti in cui lo prego di lasciarmi in pace, perché mi devo occupare di altri fantasmi». Col senno del poi – sempre quello – il nesso gli appare più chiaro: «Ai tempi del processo, quando gli domandavano quanti anni avesse, Tortora rispondeva: ho due anni, perché sono nato il 17 giugno del 1983. Lo si può mettere in parallelo con le ultime pagine del memoriale di Moro, le più terribili, in cui affronta Andreotti. Moro confessa: io potevo vedere e non ho voluto vedere. Anche Tortora è costretto a ripensare tante posizioni. Lui, liberale conservatore, si accorge di aver preso delle cantonate. E se ne scusa. Il carcere gli apre gli occhi».
Un corpo estraneo
C’è un momento del processo d’appello in cui Tortora lamenta che i giudici di primo grado ce l’avevano perfino con i suoi congiuntivi e con il suo italiano forbito. Si sentiva un corpo estraneo anche sul piano linguistico, dunque un capro espiatorio designato. Magistrati e pentiti, invece, parlavano una lingua burocratico-dialettale tutto sommato simile, e sembravano intendersi a meraviglia. «È proprio così. Nell’interpretare un personaggio sono sempre attento alla componente linguistica – un giro di frase, un modo di far cadere l’accento sempre su una sillaba. Tortora non tradiva quasi mai un’inflessione locale. Sì, capivi che era del nord, ma non riconoscevi Genova. Sentivi forse più la consuetudine con Milano, ma era un italiano cristallino». Gifuni sa rifare benissimo la cadenza di Tortora, specie nelle scene in cui presenta Portobello o apostrofa i magistrati in aula. «Ma non punto mai alla mimesi. E poi Tortora è uno dei personaggi più imitati della televisione: il pericolo che qualcuno pensasse anche per un istante a Gigi Sabani mi ha fatto tenere una distanza di sicurezza. Non volevo, come attore, scomparire del tutto dietro la maschera. Il lavoro sul personaggio è un corpo a corpo: qualcosa il fantasma lo cede a te, qualcosa tu lo cedi a lui. E in quel punto di incontro possono succedere cose interessanti».
Portobello si apre e si chiude in un camerino: la soglia tra l’uomo pubblico e l’uomo privato. L’ultima immagine è un pappagallo circondato dalle maschere, che sono uno dei motivi ricorrenti della serie: Tortora che si vede inseguito da un plotone di Pulcinella togati, Tortora che non si capacita del fatto che gli inquirenti non gli leggano in faccia l’innocenza. Nella sentenza di condanna, i giudici lo definirono un «cinico mercante di morte» nascosto «sotto una maschera tutta cortesia e savoir faire». Ora sappiamo che quella maschera cortese nascondeva, o meglio rivelava, il volto di un uomo altrettanto cortese. All’epoca – il tempo sciocco del prima, su cui il senno del poi pronuncia l’appello – alcuni non lo videro; altri lo videro benissimo, ma scelsero ugualmente di tapparsi gli occhi. Magari per salvare la faccia, o la maschera.
20 febbraio 2026
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