di
Edoardo Semmola

L’analisi dei testi delle canzoni dei big in gara al Festival di Sanremo a cura del professor Lorenzo Coveri che sui social dell’Accademia della Crusca redige le pagelle: tanti 6 e 5, nessuna eccellenza: «La ninna nanna ad una bimba di Gaza di Ermal Meta tra i brani migliori»

«Mai una volta che, leggendo un verso, abbia sobbalzato sulla sedia. Mai».

Brutto segno, professor Lorenzo Coveri. Teme per il Festival che si apre martedì prossimo?
«Non esageriamo. Diciamo che siamo su quella medietà o, se vogliamo, prudenza, tipica di Carlo Conti».



















































Come ogni anno, da accademico della Crusca appassionato di musica leggera, i suoi voti ai testi delle canzoni di Sanremo (senza musica per il momento) aprono il dibattito. Sui social dell’Accademia per ora fioccano i 6 e i 5 e mezzo. Le altre schede sono ancora in corso di realizzazione.
«Quest’anno non ci sono canzoni d’autore che spicchino in modo particolare. Dargen D’Amico è l’unico, insieme a Ermal Meta, a guardare un po’ al di là dei classici problemi di coppia. Anche se in passato ci ha abituato a un po’ più di ironia e di impegno».

Il classico sanremese impera?
«In realtà no: si sente l’apertura alle giovani leve, al pubblico di TikTok e Instagram. La canzone fatta apposta per Sanremo è morta».

A qualità letteraria e linguistica come siamo messi?
«Rimane qualche traccia delle rime baciate in monosillabi me-te, e sai/e vai, delle inversioni dell’ordine di parole comuni come le braccia mie e le labbra tue, e un certo lessico aulico-retorico, ma ora le rime spesso assumono un valore ironico».

Volutamente ironico, si spera.
«Non lo so. Siamo un po’ sulla falsariga della vecchia storia di Nietzsche che fa rima con camicie di Gozzano. Lo scorso anno almeno avevamo le canzoni d’autore: Brunori, Lucio Corsi. Quest’anno niente».

Nemmeno Fulminacci?
«Qui siamo “dalle parti” della canzone d’autore: testo interessante con una dimensione quasi cinematografica. Niente male l’immagine di lui che perde le chiavi di casa, metafora di spaesamento, e il tempo come “mucchio di secondi, di primavere e rami spogli ma spero di essere il migliore dei tuoi sbagli”. Ci ho messo un punto esclamativo accanto. Nulla di clamoroso ma, in questo Sanremo… è tra quelle che naviga più sul dignitoso di altre».

E la veterana Patty Pravo?
«Ha un testo ambizioso con un ottimo autore come Caccamo che cita persino l’Iliade».

Promossa dunque?
«Diciamo che si difende».

Tra i cantautori c’è il livornese Enrico Nigiotti.
«La sua è una canzone d’autore modernizzata, più giovanilista, cosa che vale anche per Tredici Pietro, il figlio di Gianni Morandi: molto urban ma con metafore opinabili. Vicino alla sufficienza. Anche Nigiotti ha delle pretese che… Insomma, l’ha scritta insieme a un grande come Pacifico: mi aspettavo di più. Scrivere che “il tempo vola veloce come un pizzicotto” è una figura retorica che fa un po’ ridere. E con “il tempo corre, quanto è stronzo” possiamo aprire il discorso sulle parolacce».

Apriamolo. Sono troppe?
«Sono poche. L’anno scorso erano tantissime, questo è un festival moderato che non colpisce né in bene né in male, che si limita a uno stronzo, due fottuto e poco altro»

Niente parolacce e niente poesia.
«In compenso c’è la para-poesia».

Scusi?
«Prendiamo Male necessario di Fedez e Masini per esempio: il linguaggio aulico di “la parte di te più vulnerabile e spietata”, l’uso di trucchi come metafore in abbondanza, molti traslati, alcuni felici e creativi come “non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro”, altri banali come il “silenzio che è un rumore”. Una canzone che ambisce a volare alto, ma non sempre l’effetto è felice. Chi prova a volare alto e poi cade…»

Patapum. Splash.
«Però mi piace l’inserimento della psicanalisi: il freudiano “dovrei separare l’ego dall’io” e i mostri che non stanno solo sotto il letto».

La canzone sanremese sarà pure morta, ma in quanto a cuore-amore non ci facciamo mancare niente…
«Su 30 canzoni in gara almeno 20 parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi. Di amori felici ne vedo pochissimi. Più che altro tossici. Tante alludono alla fragilità che sta dietro un’apparente sicurezza di sé. L’unico che esce dalla bolla è Ermal Meta che dirige la sua filastrocca ninna-nanna verso una bambina di Gaza, pur senza mai renderlo esplicito. Il suo brano è uno dei migliori del lotto. A parte lui, gli altri non si guardano intorno: è come se quello che succede fuori da Sanremo non interessasse al Festival di Sanremo».

Un’omologazione senza scampo?
«Due su tre si rivolgono a un “tu” non esplicitato con un nome: quasi sempre un amante. È una tecnica tipica di tutta la poesia del Novecento da Montale in poi. Fa eccezione l’autobiografica canzone di Arisa in prima persona che la sufficienza la prende di sicuro. E Levante: l’unica che parla d’amore in modo non bamboccesco e celebra la felicità».

Montale? Detta così sembra un complimento.
«Ma con una discesa verso il linguaggio parlato quotidiano che si nota da qualche anno. Dono due elementi che si confrontano continuamente: tradizione e innovazione, linguaggio (para)poetico e linguaggio parlato».

Per esempio?
«Disfemismi, per non dire parolacce, forestierismi, dialetti e anche linguaggio tecnico. Solo che l’anno scorso c’era più varietà di dialetti, ora siamo tornati al solo napoletano. E anche sui forestierismi c’è stato un bel cambiamento».

Meno inglese?
«Meno rapper e quindi meno inglese. Solo qualche feeling e i love you baby di routine che non fanno più macchia. Invece la fanno i francesismi di Elettra Lamborghini».

Che ha avuto voti pessimi dalla stampa specializzata.
«Già, eppure a me non dispiace: molto disinvolta, sbarazzina, con tanti giochi, elementi pop, la Carrà. È la più pop di tutti. Anche in senso buono. La metterei ai margini della sufficienza».

Diceva dei suoi francesismi.
«Già dal titolo, Voilà poi d’emblée, bagarre, a pois, chic».

Perché lo fa?
«Forse perché è chic dire chic. Ma la cosa più strana è che cita se stessa, cosa che nessuno aveva più fatto da Vecchioni con Luci a San Siro, un caso di intertestualità che ritroviamo in molti brani».

Spieghi.
«Riferimenti ad ambiti esterni al mondo della canzone: Sayf che cita Berlusconi tra virgolette “l’Italia è il paese che amo” e la morte di Tenco a sfatare un tabù sanremese».


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20 febbraio 2026 ( modifica il 20 febbraio 2026 | 16:24)