di
Federica Gabrieli
L’ironia della sorella della campionessa ricoverata in Veneto dopo la caduta in pista: «Dimenticate le app di incontri». Il dg Benazzi: «Ho apprezzato il post, la bellezza fa guarire prima. Se si esce dall’ospedale parlando così vuol dire che ci si è sentiti al sicuro»
«Dimenticate le app di incontri, andate semplicemente in un pronto soccorso italiano». La frase, comparsa su Instagram Reel, ha fatto il giro del mondo. A scriverla è stata Karin Kildow, sorella della campionessa di sci Lindsey Vonn, ricoverata all’ospedale Ca ’Foncello di Treviso dopo la rovinosa caduta nella discesa libera delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Quattro interventi chirurgici alla gamba sinistra in pochi giorni, nove giorni di ricovero, poi il rientro negli Stati Uniti per proseguire una quinta operazione e la riabilitazione. Accanto a lei, sempre, la sorella. Che ha scelto di sdrammatizzare la paura con un video ironico sulla bellezza di medici e infermieri italiani. Un modo leggero, ma anche sincero per dire grazie alla professionalità e alla premura ricevute. Un ringraziamento diventato virale. E un’inattesa vetrina internazionale per la sanità veneta. Il direttore generale dell’Usl 2, Francesco Benazzi, commenta l’accaduto.
Direttore, vi aspettavate di diventare virali per la bellezza dei vostri medici?
«Sono contento di quello che ha scritto Karin Vonn. Ha apprezzato e mi fa molto piacere. Noi puntiamo molto sui giovani, c’è un cambio generazionale importante nella nostra regione. Quelli che ha visto sono specialisti e specializzandi giovani. E sì, sono dei bei ragazzi».
Nel video si parla apertamente di fascino italiano…
«Detto tra noi: gli americani sono più brutti. Sono super palestrati. Ma la bellezza è un’altra cosa. I nostri sono veramente dei bei ragazzi: lei li ha filmati e, effettivamente, hanno dei bei fisici. Sono naturali, non palestrati come gli americani».
Dobbiamo aspettarci un boom di accessi al pronto soccorso per motivi non strettamente sanitari?
«Quelli ripresi nel video sono medici di anestesia e rianimazione. E auguriamo a tutti di non entrare né in rianimazione né in anestesia».
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Al triage, accanto ai codici bianco, verde e rosso, pensate di introdurre anche la voce “cuore spezzato”?
«Se può servire a dare tranquillità… Si cura molto con lo sguardo, con l’empatia, con la solidarietà. Si genera speranza anche in situazioni difficili. E i nostri medici queste qualità le hanno tutte».
Possiamo dire che al Ca ’Foncello non solo si riparano ginocchia da campioni, ma si fanno anche battere cuori?
«Assolutamente si. E questo fa benissimo alla salute. Si guarisce prima».
Avete ricevuto messaggi dagli Stati Uniti?
«Moltissimi. Fiori e messaggi di ringraziamento».
La campionessa è rimasta nove giorni, insieme alla famiglia e allo staff. Ha avuto modo di incontrarla?
«Non sono andato direttamente di persona per non disturbarla. L’ho sentita telefonicamente. Erano sufficienti i miei collaboratori, che a differenza mia sono anche belli. Se fossi andato io, forse la sorella non avrebbe realizzato il video».
L’ha presa col sorriso, insomma.
«Mi sono sempre battuto per l’umanizzazione delle cure. Il paziente si cura anche con l’ascolto. Ed è fondamentale. E forse è proprio questo che ha colpito Karin Kildow. In un momento di paura, sentirsi accolti. In fondo, in un ospedale se si entra per una frattura e si esce parlando di bellezza, significa che qualcuno, oltre a operarti, ti ha fatto sentire al sicuro. E in quel gesto, anche la bellezza ha fatto il suo dovere».
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20 febbraio 2026 ( modifica il 20 febbraio 2026 | 17:40)
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