Un’ascesa veloce e brillante, una fase di disorientamento, la ripartenza costruita pezzo per pezzo: la carriera di Stefano Accorsi è stata come un viaggio avventuroso. E, in mezzo, quattro figli, tra i 19 e i 5 anni, due amori importanti, la responsabilità di essere «un esempio credibile».

«Umberto Eco diceva che “diventiamo ciò che nostro padre è negli scampoli di tempo”: non è tanto quello che diciamo, è quello che siamo quando pensiamo di non essere visti», ha spiegato in un’intervista al Corriere. «Poi, ami un figlio e vorresti proteggerlo, ma sai anche che gli devi dare strumenti per emanciparsi da te. Per esempio, il mio maggiore fa l’università ma anche il cameriere. Gli abbiamo fatto “la capa tanta” che doveva lavorare e gli è servito».

Il maggiore è Orlando, nato dall’amore con Laetitia Casta, con cui ha avuto due figli. Lavora «in un ristorante italiano a Parigi. È importante che impari a guadagnare. Io ho fatto il bagnino e mi ha fatto bene. E insisterò anche coi fratelli. Tutti hanno già i loro compiti. Scherzando, dico che la sopravvivenza dei gatti è affidata a Lorenzo, 8 anni. Poi, sono quattro figli: dovranno mantenersi, non posso lavorare fino a 200 anni, per quanto la longevità mi stia a cuore».

Il successo, per lui, era arrivato presto, arrivato tutto insieme. Prima ancora dell’accademia, la chiamata di Pupi Avati per Fratelli e sorelle. Poi lo spot del Maxibon, la popolarità improvvisa, i film che segnano una generazione: Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Radiofreccia. E nel 2001 un poker irripetibile: La stanza del figlio di Nanni Moretti, L’ultimo bacio di Muccino, Le fate ignoranti di Ferzan Özpetek, Santa Maradona. «Quello è stato uno dei momenti un po’ idioti della vita in cui dici: ma allora sono Dio!». Davvero? «Più o meno. Mi dicevo: cavolo, ci ho sempre creduto e ho avuto ragione. Faccio un film e funziona, ne faccio due funzionano, tre, quattro e dico: vabbè, ma allora l’ingrediente segreto sono io. Ed è lì che ti sfracelli».