L’inizio sembra fare il verso a una commedia americana: Jeffrey, finanziere in sentore di onnipotenza, incrocia su un set pubblicitario una modella che gli ricorda Cindy Crawford. Chiede informazioni e scopre che si tratta di un’italiana di Romagna: Chiara Baschetti. Recupera il numero e la cerca. Lei non risponde. Allora le manda un messaggio: «Sono Jeffrey Epstein. Richiamami appena puoi».
Perché non dovrebbe farlo? Il suo nome non è forse la password per la felicità?
Invece lei non lo richiama. Non avrà campo, pensa Jeffrey, che non le dà scampo e riprova: «Ti va di incontrarci?». Silenzio. Per lui diventa una questione di principio. La crivella di messaggini come uno stalker. Niente, lei continua a negarsi. Vorrà alzare il prezzo, immagina, perché lui è così che ragionerebbe, se fosse al posto di Chiara. Così le agita in faccia lo specchietto per le allodole: «Vieni a cena con me?», le scrive. «Potrai conoscere Woody Allen».
Passa un anno, ma Jeffrey è tipo paziente e dalla memoria lunga. Torna all’attacco con un altro messaggio: «Mi chiedo se sei diventata più coraggiosa». Quando una donna si ostina a ignorare un uomo col suo conto in banca e le sue conoscenze, non può certo essere per disinteresse verso alcuni aspetti materiali dell’esistenza, ma perché ha paura di perdere la testa… Il rischio di predica è in agguato, perciò ci vorrebbe il Manzoni per chiudere questa pagina decisamente atipica degli Epstein Files con cinque parole.
E la fortunata non rispose.
21 febbraio 2026, 06:38 – modifica il 21 febbraio 2026 | 09:02
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