«È finita male, ma non sono un delinquente». Con queste parole Bassel Bakdounes, l’anima e il volto di Velvet Media, prova a riprendere in mano il filo di una narrazione che negli ultimi mesi è passata dalle cronache giudiziarie agli schermi televisivi. Il giorno dopo il debutto su Prime Video, Apple TV e Google TV di “The Creatives” – la fiction che mette in scena l’ascesa e il declino della sua “creatura” – Bakdounes decide di rispondere punto su punto al pesantissimo scenario emerso dal fallimento. Sullo sfondo resta un buco “monstre” da oltre 11 milioni di euro, composto in gran parte da tasse non pagate e contributi INPS versati solo in minima parte. Un baratro finanziario che ha portato la Guardia di Finanza ad avviare un’indagine serrata, coordinata dalla Procura di Treviso.

La serie TV, che vanta nel cast nomi del calibro di Barbara De Rossi e Luca Ward, non ha però convinto tutti. Anzi. La Filcams Cgil, che assiste circa 40 ex dipendenti rimasti coinvolti nel default, ha stroncato l’operazione mediatica: «Un tentativo di romanzare al limite dello stereotipo un’esperienza imprenditoriale. I dati in tribunale raccontano una storia diversa, priva di filtri narrativi e di colonna sonora». Il riferimento del sindacato è ai 750 mila euro di stipendi arretrati, in parte coperti dal fondo di garanzia statale e in parte ancora nel limbo di una procedura fallimentare con le casse quasi vuote.

Ma l’ex titolare non ci sta a passare per l’uomo del crac programmato. «Velvet è fallita per miei errori – spiega Bakdounes – errori che un imprenditore non dovrebbe mai fare. Il più grave? Aver tentato di tenere tutti gli oltre 150 dipendenti malgrado la crisi d’impresa». Secondo il fondatore, la “fine” sarebbe iniziata quando le banche chiusero i rubinetti a causa dei pignoramenti attivati dall’Agenzia delle Entrate. «Pensavamo di respirare dopo il patteggiamento con il fisco, ma l’accesso al credito è rimasto bloccato. Abbiamo iniettato liquidità personale, centinaia di migliaia di euro provenienti dalle nostre famiglie». Poi, la “mazzata” finale: «Avevamo progetti con crediti d’imposta certificati da società di revisione. Un giorno lo Stato ci ha detto che quelle certificazioni non valevano più e dovevamo restituire i soldi. È stato il colpo di grazia».

Bakdounes rivendica la scelta, col senno di poi fatale, di non aver licenziato nessuno durante la pandemia: «Velvet era una famiglia, non ho voluto ristrutturare per non lasciare a casa nessuno. E il sindacato, in quel momento, non ci ha certo dato una mano a risalire la china».

Ora la palla passa agli inquirenti. Bakdounes si dice pronto a pagare se emergeranno responsabilità penali, ma annuncia battaglia: «Ci stiamo già attrezzando con testimonianze per ricostruire il clima di quei mesi. Racconterò una vicenda che per tanti versi non è ancora venuta alla luce. La storia di Velvet è diversa da come l’hanno raccontata i media». Ma mentre si parla già di una seconda stagione della serie TV, la sensazione è che il vero “gran finale” verrà probabilmente scritto nell’aula di un tribunale, dove l’epica del successo digitale dovrà scontrarsi con la fredda aritmetica di un fallimento colossale su cui si staglia l’ombra delle bancarotte.