di
Cesare Giuzzi
L’assistente capo, 41 anni, ribattezzato «Luca», è il più «anziano» della squadra operativa di Mecenate. L’ipotesi che i colleghi siano stati soggiogati dalla sua influenza. Il fratello di Mansouri: «Fu una vendetta»
«Conosco abbastanza bene quel posto. Ho fatto circa quaranta arresti lì l’anno scorso e quest’anno quattro». Carmelo Cinturrino, 41 anni, assistente capo, è il «più anziano» della squadra investigativa del commissariato Mecenate. Non il più alto in grado, ma il più esperto e «operativo». Arresti a ripetizione, come ci terrà a ricordare a verbale nel primo interrogatorio poche ore dopo lo sparo di Rogoredo davanti al pm Giovanni Tarzia. Ma anche lodi, che in polizia vanno ancora a braccetto con numeri e statistiche. Come quella che l’allora capo della polizia Franco Gabrielli gli conferisce nel 2017.
Al Corvetto, il serbatoio di manovalanza di spaccio del Bosco di Rogoredo, lo conoscono in parecchi. Quasi tutti con il soprannome di «Luca». E adesso che è indagato per omicidio e sempre più nel mirino delle indagini, nel quartiere su di lui girano parecchie voci. Anche per questo la fase due dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri dovrà distinguere le chiacchiere dalle falsità.
Succede spesso quando ci sono di mezzo «sbirri» di frontiera, ancora di più quando lo scenario operativo è una frontiera fuori controllo come il Bosco di Rogoredo. Ma non succede sempre. Invece stavolta non sembrano solo pettegolezzi e calunnie quelle raccolte fin qui dagli investigatori. Storie «circostanziate» (una in particolare risale alla fine dell’anno scorso) che parlano di un Cinturrino «complice» di alcuni spacciatori italiani che «lavorano» nel palazzo popolare dove la moglie fa la custode, e invece inflessibile con altri. A meno che «non gli pagassero il pizzo per spacciare».
Ma sono diversi i pusher di Corvetto e Rogoredo (regno della famiglia Mansouri) a raccontare le stesse cose in questi giorni. Voci di strada, da maneggiare con cautela. Ma le accuse sarebbero state «rafforzate» anche dal racconto di alcuni dei quattro colleghi indagati e interrogati giovedì. C’è chi ha parlato di arresti «forzati» e di altri «evitati», chi di aggressioni fisiche e pestaggi ai pusher. Uno scenario che adesso rischia di travolgere non solo la squadra di Mecenate ma tutta l’istituzione polizia. Con una domanda: qualcuno sapeva e non è intervenuto?
I colleghi, tutti molto giovani e freschi di servizio, si sono giustificati dicendo di essere «soggiogati» dal «più anziano» Cinturrino. Cosa che li avrebbe portati a chiudere più di un occhio in diverse occasioni. Il fratello della vittima ha detto che Abderrahim Mansouri aveva paura «del poliziotto di Mecenate» che «gliela aveva giurata». Come se quel lunedì 26 gennaio si sia trattato non di un errore ma di una «vendetta». Uno scenario che appariva come un film di fantascienza. Ma era un mese fa.
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21 febbraio 2026 ( modifica il 21 febbraio 2026 | 08:07)
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