La scoperta su Michelangelo e di quello che accadde attorno a lui negli ultimi quattro anni della sua vita è meglio di un film giallo ispirato a Dan Brown, a conferma di quello che Luigi Pirandello ripeteva: la realtà, a differenza della fantasia, non ha bisogno di essere verosimile, risultando spesso ben più sorprendente. Il ritrovamento dei frammenti storici che ancora mancavano destinati a colmare per sempre una lacuna lunga cinque secoli, si dimostra sorprendentemente efficace per poter ridare la paternità risolutiva e completa a quelle opere che ancora oggi non si conoscono o non erano certe, definendo così il perimetro definitivo dell’intera produzione del Divin Maestro. Per ora di opere ne sono state identificate solo una ventina, sulle quali vige il massimo riserbo, ma in futuro le sorprese non mancheranno.
Intanto il Vaticano ieri ha confermato ufficialmente di aver dato vita a un Comitato Scientifico «con il compito di valutare eventuali approfondimenti dell’opera di Buonarroti» nell’ambito delle celebrazioni per i 550 anni della nascita (1475-2025), in base al lavoro di Valentina Salerno, ricercatrice indipendente che ha speso dieci anni a consultare faldoni, testamenti, sigilli, missive nonché i cataloghi di tante confraternite vecchi di secoli.
Intuibile la grande sorpresa degli studiosi chiamati nel 2024 dal cardinale Mauro Gambetti a considerare la pista di ricerca di Salerno che il Messaggero ha potuto visionare. Una attività scientifica supportata dal professore Michele Rak e dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore, tra gli ordini più antichi e ai quali Michelangelo era assai legato. Durante le prime riunioni del Comitato vaticano – quando Salerno ha esposto la sua tesi, portando a conoscenza dei documenti comprovanti l’esistenza di un autentico tesoretto disperso e ancora da validare è stata raccomandata la discrezione più assoluta per ovvie ragioni di opportunità, per evitare speculazioni o spiacevoli sorprese.
Per prima cosa la ricerca ha preso l’origine dal carteggio tra Michelangelo e Leonardo Buonarroti, l’unico nipote. Le informazioni sono state poi messe in relazione con quello che accadeva nell’entourage del più grande artista dell’epoca, conteso da Papi, cardinali, nobili, ricchi mercanti e persino avventurieri. Fondamentale è lo scenario storico: per l’ormai anziano Buonarroti i guai iniziarono con l’elezione del terribile Paolo IV della famiglia Carafa (1555-1559), il quale iniziò a tormentarlo per la sua arte definita eccessivamente licenziosa per tempi segnati dalla controriforma. Carafa gli sospese commissioni e vitalizi e Michelangelo rischiò pure la vita come del resto tutti i suoi adepti, i cosiddetti “spirituali”. Diversi amici furono incarcerati. Il clima romano era pesantissimo, contraddistinto dall’Inquisizione Romana oltre che da esecuzioni esemplari. Pomponio Algieri, uno studente che si rifiutò di prendere le distanze dalla corrente che chiedeva riforme, fu giustiziato a piazza Navona, immerso in una caldaia di olio bollente, pece e trementina.
Solo con l’arrivo di Papa Pio IV (1559-1565) ci fu una boccata d’aria ma Michelangelo ormai era fortemente preoccupato su come difendere e mantenere integra la sua immensa eredità artistica e, soprattutto, di come trasmetterla in modo controllato ai posteri. Concepì, quindi, il piano segreto organizzando la sua dipartita terrena (che sentiva imminente) nei dettagli. Voleva lasciare tutto alle «sue creature», i fidati «fijoli suoi». Da qui l’individuazione di una stanza segreta, un cubicolo, in cui furono trasferite le opere. Come si sa Michelangelo morì senza testamento e nella sua residenza romana nel quartiere Alessandrino oggi distrutto il notaio non poté trovare che poche opere e una cassetta di monete d’oro. Il grosso del suo ingegno era già altrove. Non venne distrutto nulla, era solo stato trasferito e messo al sicuro come del resto Valentina Salerno ha appurato attraverso l’analisi del carteggio indiretto di tutti coloro che il 18 febbraio 1564 si trovavano fisicamente attorno all’artista, ovvero Daniele Da Volterra, Tommaso De Cavalieris, suo figlio Mario, Camillo D’Arpino, Bonifacio Dell’Aquila, Diomede Leoni, Antonio Del Francese, Jacomo Rocchetti, Tiberio Calcagni, Fra’ Gaspare dei XII Apostoli e Felice Peretti che si occupò di fare uscire la salma per il suo ultimo viaggio da Roma a Firenze. Per ognuno di loro e pure per i personaggi minori, per esempio la badante, una certa Caterina, sono stati fondamentali i libri dei morti delle varie parrocchie di appartenenza, incrociati con gli annali delle confraternite e altri atti conservati nell’archivio del Laterano.
Questa mole di informazioni, a sua volta, ha dato modo di rinvenire ulteriori documenti d’archivio. Per esempio il testamento di Daniele da Volterra del 1566, il testamento Rocchetti del 1575, la donazione a Blasio Betti e allievi del 1572. Il tutto sempre sotto lo sguardo di Tomaso De Cavalieris, il vero realizzatore delle ultime volontà del defunto, tra i maggiori beneficiari del lascito, rivelatosi un esecutore perfetto nonché strenuo difensore di quanto gli aveva chiesto Michelangelo. La sua arte doveva sopravvivere a tutti i costi.
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