Il Wall Street Journal: Jesse Van Rootselaar, la 18enne che il 10 febbraio a Tumbler Ridge ha ucciso 8 persone, aveva confidato i suoi piani a ChatGpt. Ma OpenAI si limitò a bloccare l’account e non avvisò le autorità, «mancava il rischio credibile e imminente di gravi danni fisici»
OpenAI aveva in mano le prove del pericolo mesi prima della tragedia. Jesse Van Rootselaar, la diciottenne sospettata della recente strage di Tumbler Ridge in Canada (otto morti e venticinque feriti), aveva confidato i suoi piani a ChatGpt già lo scorso giugno. Secondo un’inchiesta esclusiva del Wall Street Journal, l’azienda sapeva e ha discusso internamente se avvertire le autorità, decidendo alla fine di non farlo.
I messaggi su ChatGpt
I fatti risalgono a otto mesi prima della sparatoria. Per diversi giorni, Van Rootselaar ha utilizzato il chatbot per descrivere scenari dettagliati di violenza armata. A quel punto i sistemi automatici di OpenAI hanno intercettato i contenuti e li hanno segnalati ai revisori umani. Circa una dozzina di dipendenti ha analizzato i testi: molti hanno interpretato quelle parole come un segnale di violenza imminente, spingendo presso i loro superiori per contattare la polizia canadese.
Una decisione contestata
Il vertice dell’azienda ha però scelto una strada diversa: sospendere l’account della ragazza, ma non chiamare le autorità. La motivazione ufficiale ha un fondamento legale e risiede nei protocolli di sicurezza interni implementati dalla società guidata da Sam Altman: le interazioni non avrebbero soddisfatto i criteri di «rischio credibile e imminente di gravi danni fisici». Per OpenAI, il bilanciamento tra privacy dell’utente e pubblica sicurezza in questo caso pendeva verso la riservatezza. Una valutazione che, col senno di poi, si è rivelata un drammatico errore.
La scia digitale di Van Rootselaar
La ragazza era nota alle forze dell’ordine: la polizia canadese aveva già visitato la sua abitazione per problemi di salute mentale, arrivando a sequestrare temporaneamente alcune armi. Anche fuori dai database ufficiali, i segnali di pericolo erano ovunque. Sui social media discuteva di come produrre cartucce con una stampante 3D e pubblicava foto al poligono di tiro. Sulla piattaforma di gioco Roblox, Van Rootselaar aveva addirittura progettato un simulatore di strage in un centro commerciale (e anche qui ci si chiede quali siano i protocolli di sicurezza di aziende come Roblox).
Solo dopo la sparatoria del 10 febbraio, terminata con il suicidio della sospettata, OpenAI ha contattato la polizia per collaborare alle indagini.
Cosa insegna la vicenda
La vicenda ha un inquietante sapore di polizia predittiva alla Minority Report: l’AI ha visto il pericolo mesi prima, ma stavolta sono stati gli uomini a decidere di non agire.
Gli algoritmi e le AI sembrano già oggi più bravi di noi a intuire i pensieri più oscuri di una mente umana: come ha scritto il professor Giuseppe Remuzzi su 7, «l’intelligenza artificiale sa prevedere con due anni di anticipo chi ha intenzione di suicidarsi. Questo l’uomo ancora non lo sa fare».
Poi, però, è solo la decisione di un essere in carne e ossa che deve far scattare i meccanismi di allarme. Il mezzo c’è il delicato bilanciamento con il fondamentale diritto alla privacy, come dimostra proprio il caso di Van Rootselaar. Un precedente che purtroppo, con tutta probabilità, si ripeterà e che fa capire come servano fin da subitop norme chiare. Per non lasciare che tutto sia affidato alla discrezionalità di aziende private.
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21 febbraio 2026 ( modifica il 21 febbraio 2026 | 11:43)
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