Da diva, da ultima regina della canzone napoletana, si era chiusa in casa, non voleva farsi vedere acciaccata, malandata. Ieri mattina, in una livida alba partenopea si è spenta la Luce di cantaNapoli, l’orgogliosa ragazzina venuta da Mezzocannone per conquistare Eduardo e Peppino, Totò e Taranto, Pasolini e Martone, Sanremo e i teatri e gli schermi d’Italia. Regina della melodia verace, interprete melodrammatica come poche, anzi nessuna, attrice, primadonna orgogliosa della propria bellezza, della propria caparbia conquista del successo, ma poi tenera bimba quando segnalava come suo principale alloro un libretto di poesie, «io che tengo la quinta elementare», sorrideva, teatrale come sempre.
APPROFONDIMENTI
Angela Savino aveva 87 anni, a 80 ti raccontava ancora che la gente la fermava per strada e le chiedeva se possedesse «il segreto della vostra eterna giovinezza». E lei rispondeva di sì: «Voce, fisico, testa… posso ringraziare la mia famiglia, il cielo… Sono stata fortunata, avevo due talenti e li ho saputi far fruttare. Mi sono laureata all’università della vita, e dell’arte».
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Tutto iniziò con un motivetto a doppio senso, alla «Piedigrotta Bideri»: «Ero ancora Angela Savino, non avevo ancora assunto il mio nome d’arte, mancavano due mesi al mio quattordicesimo compleanno ed ero già una signorinella con tutte le sue forme. Cantavo “Zi’ Carmili’” e la trissavo ogni sera. “Si’ bella”, “si’ brava”, “si’ bona” urlava la platea, mentre dietro le quinte scalpitavano Nunzio Gallo e Aurelio Fierro». Primadonna predestinata, dopo la canzone arrivò il teatro: «Canti cull’uocchie e ‘a voce», decretò Eduardo». Per lei fu «il primo e più importante maestro. Ne ho avuti pochi, ma buoni, e tutti fuori dalle aule, sui palcoscenici. Sono stata 4 anni in compagnia con lui, 4 con Nino Taranto, 4 con Peppino De Filippo».
L’incontro con «il direttore» era uno dei suoi racconti preferiti: «Cantavo già da tre-quattro anni e mio padre tormentava Ugo D’Alessio, che era suo amico, per spingermi a presentarmi al maestro. Finalmente fui condotta al San Ferdinando, in occasione di una serie di provini, Eduardo cercava giovani attori. Quando mi vide mi chiese che cosa avessi preparato: “Una poesia di Salvatore Di Giacomo e una di Garcia Lorca”, risposi, facendo attenzione a pronunciare nel modo corretto il nome del poeta spagnolo. “Non ha bisogno di provini la ragazza“, esclamò il drammaturgo, “Ugo chiamate Cardillo e fatele fare il contratto”. Cardillo era l’amministratore, firmai per 2.500 lire al giorno». La sua bellezza era prorompente e lei ne era fiera: «Nel 1960 Totò mi baciò la scollatura in “Signori si nasce” inventandosi una gag all’istante. Ero sconvolta, credevo dovessimo rifare la scena, ma il regista Mario Mattioli era al settimo cielo».
«Ho fatto 80 film», raccontava quando ancora cucinava e ti preparava il suo mitologico ragù: «Ho lavorato con Risi, Comencini, Steno, Mattioli, Zampa, Visconti, Patroni Griffi a cui devo tantissimo, come a Pasolini. E, poi, ancora Loy, Mario Martone, Avati…». Pasolini le chiese un nudo integrale per «Il Decameron», era il 1973. «Per me non fu facile, ma lui lo capì e mi mise a mio agio: preparava ogni scena, poi cacciava via la troupe e restavano di fronte alle mie nudità solo lui e l’operatore di ripresa». Martone la rivolle nuda in «L’amore molesto», 1995. «E arrivò il David di Donatello per l’attrice non protagonista. Mario mi spiegò le ragioni drammaturgiche di quella scena, spogliarsi degli abiti, cosa per cui non avevo più l’età, era uno spogliarsi delle cose terrene». Mario Merola fu suo partner in «Lacrime napulitane» di Ciro Ippolito.
Forse, però, più di tutti a modellarla, ad aggiungere metodo ai regali della natura, fu Peppino Patroni Griffi che la volle in due storici allestimenti vivianei, «Napoli notte e giorno» e «Napoli chi resta e chi parte». Le affidò, tra l’altro, «Bambenella» sadomasochistico canto di una puttana che difende ad ogni costo il suo protettore-aguzzino. La incarnò con la voce, le mani, gli occhi-saette, il corpo. E riuscì persino a rileggere sé stessa, quando, negli anni Duemila, con il sassofono di Marco Zurzolo portò la storia sui marciapiedi di New York. Seconda al Sanremo 1975 con «Ipocrisia» (Alfieri-Giordano), ha cesellato in lp diventati storici il repertorio classico, Bovio («L’urdema tarantella») e Di Giacomo («Era de maggio») in testa, negli ultimi anni si era concessa l’incontro con giovani musicisti in dischi come «I colori della mia vita» e «Luce per Totò», dove ritrò le poesie dell’antico compagno di set.
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L’amore? «Ho detto di no a produttori-porcelli, ho rifiutato la corte di Achille Lauro. Se ho sbagliato uomini – e molto ho sbagliato, escludendo Amedeo, morto di un brutto male – l’ho fatto per amore e non per calcolo. Mi volevano in tanti. L’unico uomo che ho amato davvero è stato Peppino Gagliardi, a casa sua in via Orazio ho passato delle splendide notti a cantare Napoli a tre voci: la terza era quella di Roberto Murolo». Stamane l’addio nella sua camera ardente dalle 8.45 alle 12 nella Sala dei Baroni al Maschio Angioino e funerali dalle 12.30 nella chiesa degli artisti in piazza Trieste e Napoli.
Ciao, Angela, ciao, e grazie di tutto.