di Irene Inzaghi

La dj e conduttrice (ma anche scrittrice e pittrice) protagonista di PrimaFestival: «Mi alleno da 12 mesi, considero questo il mio Capodanno»

Per tutti noi l’anno inizia a gennaio. Per Ema Stokholma, no: comincia quando si accendono le luci dell’Ariston. «Sanremo è il Capodanno della Rai», ripete da tempo. E per lei non è solo una battuta: è una vera e propria dichiarazione d’identità. Perché il Festival, che la vedrà protagonista anche in questo 2026 al PrimaFestival, è il luogo in cui convergono tutte le sue anime: la conduttrice radiofonica capace di trasformare la notte in racconto, la dj che sa tramutare la pista da ballo in un racconto condiviso, la pittrice che trova nel colore un’altra forma di suono. Dietro quell’energia esuberante, dietro la risata spontanea e la vitalità che la rendono una presenza magnetica, c’è una storia di rottura e rinascita.

Nata nel 1983 in Francia, nella regione del Rodano-Alpi, da madre francese e padre italiano, per allontanarsi da un’infanzia di violenza, a 15 anni decide di raggiungere il padre a Roma. Pochi mesi dopo sceglie l’indipendenza totale. Una traiettoria che ha trasformato il dolore in linguaggio e la musica in rifugio, prima ancora che in mestiere. Eppure, la cifra più sorprendente del suo carattere non è il movimento, ma l’attesa. «Ormai non abbiamo tempo di annoiarci, di essere tristi, di vivere certe sensazioni. Io invece sto molto a contatto con il silenzio e con la noia», racconta. È lì, nel vuoto, che costruisce i suoi nuovi inizi.



















































Quando nasce la sua passione per la musica?
«Mi accompagna da sempre e non pensavo che sarebbe diventata, in qualche modo, il mio lavoro. Immagino nasca dall’adolescenza, quando sei in un rapporto di totale incomprensione con il mondo. Quando ero ragazzina c’erano meno distrazioni di adesso: c’era solo la musica. Erano gli Anni 90, gli anni del walkman, della musica portatile: ovunque andavi ti accompagnava. Quelle cuffie mi isolavano dal mondo esterno. La musica mi aiutava a pensare meno e a vedere il mondo non più come un qualcosa di violento, fatto di urla e critiche, come ero abituata a viverlo, ma come qualcosa che dovevo costruirmi da sola».

È proprio nell’adolescenza che si è appassionata alla radio?
«Sì, ma non lo sapevo: l’ho scoperto dopo. Ho iniziato ad appassionarmi quando Andrea Delogu mi invitò a pranzare in radio con lei. Mi ricordo che non dormivo la notte per ascoltare i programmi e ammiravo questi conduttori che facevano così tante ore di trasmissioni notturne. Non erano proprio programmi per giovani: si parlava di sessualità, c’erano telefonate, appuntamenti, musica, c’era il rap… e io non ero abituata a queste cose. Probabilmente la libertà di parola e di espressione che c’è in radio mi è entrata dentro e lì ho capito che quello poteva essere il mio mondo».

Come si sente quando è in radio?
«Da Dio! (ride; ndr). Quando sono in televisione invece mi sento agitata. Mi sembra di avere un peso addosso, come se dovessi sbagliare o mi sentissi inadeguata. In radio mi sento più leggera e serena. La radio mi ha insegnato ad ascoltare non solo la musica, ma anche le persone. È come l’università. Mi insegna qualcosa di diverso ogni giorno».

Il suo compagno di viaggio dal primo momento è stato Gino Castaldo: che rapporto si è creato tra voi?
«Con Gino è nata subito una grandissima amicizia. È una persona che mi ha riempita di sapere e di curiosità ed è stata una delle prime a non giudicarmi per i miei gusti musicali. Mi diceva sempre: “Dimmi perché ti piace questo artista? Perché è interessante secondo te?”. Da lì ho compreso che con lui non c’era un limite. Visto che faccio uno dei lavori per me più fighi al mondo, non accetterei mai che ci fosse qualche sentimento negativo in quelle ore. La mia missione è portare il buonumore».

Anche quest’anno vi rivedremo tutti e tre accanto all’Ariston al PrimaFestival. Che cosa rappresenta per lei Sanremo?
«Sanremo è una figata per me. È un anno che mi “alleno” per questo momento, che ne parliamo, che cerchiamo di indovinare come sarà e chi ci sarà. Lo definisco il Capodanno della Rai. L’anno per me inizia così».

Quale cantante in gara l’ha colpita di più di questa nuova edizione del Festival?
«Sono troppi, faccio fatica a ricordarmeli tutti (ride; ndr). Non vedo l’ora di risentire sicuramente Ditonellapiaga, che sono certa farà ballare tutto l’Ariston. Poi mi piacciono molto Elettra Lamborghini e Dargen D’Amico. E una chiacchierata con Francesco Renga non me la toglierà proprio nessuno (ride; ndr)».

Un’altra sua passione, oltre alla musica, è la pittura. Quest’anno, per la prima volta, esporrà i suoi quadri in una mostra tutta sua a Roma. Che cosa rappresenta per lei la pittura?
«La mostra è ancora tutta da definire, ma solo il pensiero che le persone potranno entrare nel mio mondo e vedere quello che faccio mi riempie il cuore. Lo definisco uno “stress test” che faccio a me stessa: in poche parole… me la sto facendo addosso (ride; ndr). La pittura è una cosa che mi ha sempre accompagnata, come la musica. Con una sola differenza, però: non me ne sono mai accorta. Con l’arrivo di Instagram ho iniziato a pubblicare i miei quadri, dando un senso in più alla mia vita. D’altronde devo sempre essere la pecora nera del gruppo: dovevo fare qualcosa di diverso, da bastiancontraria. La pittura è l’unico momento in cui mi sento veramente me stessa».

A chi regalerebbe un suo quadro?
«Ho regalato un quadro a Marina Abramović: direi che possiamo chiuderla qui no? (sorride soddisfatta)».

Qual è il filo conduttore delle sue passioni?
«Credo la noia. Sembra strano, ma mi piace annoiarmi. Avendo sempre la testa piena, mi dà fastidio sapere che non avrò almeno due ore al giorno per annoiarmi. Solo nel vuoto riesco a respirare e creare. Mi costringo a trovare sempre nuovi progetti e, quando passo una giornata intera o un weekend a non fare nulla – perché alla fine, ripeto, oziare mi piace – lì mi si accende una lampadina e dico: “Ok, adesso devo fare qualcosa”. E inizio a produrre cose. Anche prima di cominciare un quadro ho bisogno di un giorno intero per nutrire la mia creatività. Guardo il telefono, studio la fotografia di quel che voglio dipingere, fisso la tela bianca, riguardo la foto, faccio finta di leggere un libro e poi lo lascio… Solo quando mi sono annoiata abbastanza, allora inizio a dipingere».

21 febbraio 2026