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Paolo Mereghetti

Il gran premio della giuria è andato al film «Kurtulus» del regista turco Emin Alper mentre l’Orso d’Argento del premio della giuria è andato a «Queen at the Sea» del regista Usa Lance Hammer

Trionfa la Turchia in questa Berlinale 2026: Ilker Çatak, tedesco di origini turche, vince l’Orso d’oro per Yellow Letters (già acquisito per l’Italia da Lucky Red), con cui ripercorre le censure che il potere impone a un autore teatrale.

E turco è anche Emin Alper, gran premio della giuria per Salvation (sull’intolleranza che si nutre di fanatismo e ossessioni religiose).



















































Due film che, con l’Orso d’argento a Queen at Sea (dell’americano Lance Hammer), la giuria ha considerato di gran lunga superiori a tutti gli altri titoli in gara, tanto che lo stesso presidente Wim Wenders ha voluto sottolinearlo prima di assegnarli.

Queen at Sea, che racconta lo scontro tra la figlia cinquantenne (Juliette Binoche) e il compagno della madre malata di Alzheimer di cui non capisce i bisogni e le fragilità, si è visto aggiudicare anche il premio per il miglior non protagonista, che il regolamento berlinese non distingue in base al sesso ma che la giuria ha attribuito ai due anziani, Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay.

Così come il premio senza indicazioni di sesso per il miglior protagonista è andato a Sandra Hüller che in Rose interpreta una donna che si spaccia per uomo.

Gli altri riconoscimenti sono per la regia di Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans, la sceneggiatura di Nina Roza e il contributo artistico del documentario Yo di Anna Fitch e Banker White.

Ma al di là dei premi e di una selezione molto discutibile questa edizione verrà ricordata per le polemiche innescate in apertura da Wim Wenders con la sua difesa del cinema che non si fa portavoce della politica (l’ha ribadito anche durante la premiazione) a cui però in molti hanno voluto replicare, a cominciare dalla libanese Marie-Rose Osta (premiata per il miglior corto: Someday a Child) e dal palestinese Abdallah Alkhatib (premio per la sezione Perspectives: Chronicles from the Siege).

Aveva reagito in maniera indignata nei giorni scorsi anche la scrittrice indiana Arundhati Roy, attesa per il restauro del film In Which Annie Gives It Those Ones di cui aveva scritto la sceneggiatura, che per protesta è rimasta a casa.
 
Poi è stata la volta dell’attrice palestinese Hiam Abbass, coprotagonista di À voix basse, per la quale «tutto quello che facciamo è un atto politico», in sintonia con il contenuto della lettera con cui un centinaio di artisti, tra cui Tilda Swinton (Orso d’oro d’onore l’anno scorso), Mike Leigh, Javier Bardem, Ken Loach, Mark Ruffalo e Nan Goldin hanno ribadito che non si può separare il cinema dalla politica e che il silenzio del festival di fronte al conflitto sulla striscia di Gaza è inaccettabile, visto che anche in passato aveva saputo prendere posizione contro l’invasione in Ucraina.
 
Ma lo schiaffo più duro è stato quello tre giorni fa della tunisina Kaouther Ben Hania che non ha ritirato il premio Cinema for Peace per il suo La voce di Hind Rajab: salita sul palco lo ha lasciato lì per protestare contro i discorsi sulla pace che non diventano impegni reali e ricordando come «un riconoscimento del genere non ha alcun valore mentre è ancora in corso un genocidio assecondato anche da persone sedute qui stasera», riferendosi a un generale israeliano in platea.

21 febbraio 2026 ( modifica il 21 febbraio 2026 | 21:29)