Il New York Times: «Evacuate le basi nel Golfo»

(Greta Privitera) Le lancette corrono veloci a Teheran, scandendo l’avvicinarsi dell’ultimatum di Donald Trump che suona come un monito per gli uomini di Ali Khamenei. Il presidente americano concede 10 o 15  giorni per accettare le condizioni negoziali e siglare un accordo, altrimenti «succederanno cose brutte». In questo clima di fretta febbrile, Abbas Araghchi, capo della delegazione iraniana, accelera i tempi e promette una bozza entro un paio di giorni: «Il mio prossimo passo è presentare una proposta di intesa ai colleghi americani. Sarà pronta in due o tre giorni, e verrà recapitata a Steve Witkoff».

Una sostanziale riduzione dei termini rispetto a quelli concordati durante gli ultimi tavoli di Ginevra. Araghchi smentisce poi che gli Stati Uniti abbiano preteso lo stop totale all’arricchimento dell’uranio: «Nessuna richiesta di arricchimento zero», precisa, puntualizzando che nemmeno Teheran ha offerto di sospenderlo. «In gioco c’è solo come rendere il programma nucleare iraniano pacifico per sempre».

Mentre gli oltranzisti del regime non cambiano i consueti toni minacciosi, l’abile negoziatore prova a tendere lacci diplomatici al «Grande Satana» — come viene chiamata l’America dagli ayatollah — e fa sapere che altri colloqui tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica avranno probabilmente luogo entro la prossima settimana: «Un’azione militare complicherebbe gli sforzi per raggiungere un accordo», ha detto. 

Araghchi ci prova, certo, ma è Trump a dettare l’agenda. Ieri, ha risposto ai giornalisti che sta valutando un attacco militare limitato per fare pressione sul tavolo negoziale. «Credo di poter dire che ci sto pensando», ha affermato. Parole che lasciano tutti un po’ confusi sul futuro prossimo della regione, sospeso tra bluff e minacce concrete. Intanto, la «big beautiful armada» — come la ama chiamare il presidente Usa — si ingrandisce. La seconda portaerei, la più grande al mondo, la Gerald Ford, sta solcando le acque del Mediterraneo e potrebbe arrivare in posizione in meno di due giorni.

«Si tratta solo di un pressing psicologico», è convinto Ismail Kowsari, l’iraniano membro della Commissione per la sicurezza nazionale: «L’America vuole terrorizzarci»

Non sono della stessa idea alcune fonti diplomatiche che in questi giorni stanno raccontando come gli Usa sarebbero pronti ad affrontare una guerra prolungata, che andrebbe oltre un raid chirurgico in stile Venezuela. E in effetti, il massiccio dispiegamento di uomini e mezzi, che non si vedeva dall’invasione dell’Iraq del 2003, può essere interpretato come un presagio. 

E secondo il New York Times, centinaia di soldati sono stati evacuati dalla base di Al Udeid in Qatar e ci sono state evacuazioni anche nelle basi in Bahrein . «Farebbero meglio a negoziare un accordo giusto», ha ribadito in serata Trump, affermando che nella repressione delle proteste gli ayatollah hanno ucciso 32.000 uomini e donne: «Le persone dell’Iran sono molto diverse dai leader». Già, le persone.

Gli iraniani e le iraniane temono un nuovo conflitto su Teheran, sulle loro case e vite. In Iran non ci sono bunker. «I miei genitori hanno paura, la Guerra dei dodici giorni con Israele è stata spaventosa», ci scrive Samira. «Ma il nostro nemico è la Repubblica islamica, capace di massacrare la sua gente». 

Non la pensano tutti come lei, che a gennaio marciava contro il regime. Nonostante la maggioranza della popolazione voglia la fine della dittatura, l’idea di altre bombe su Teheran fa tremare.