di
Alessio Di Sauro
Coin «non era un negozio come gli altri»: chiuderà i battenti il prossimo 31 luglio, lasciando senza lavoro i 28 dipendenti. Meghnagi: «Non è una via in crisi, semmai è il modello Coin dei multistore a esserlo
Il bambino li declama come fossero tabelline. «Zara, Swarovski, Ovs, Calzedonia…». Ma alla domanda del genitore su come si chiami «quello più grande di tutti», il piccolo incespica e interrompe la successione di marchi e negozi, nodi del tessuto urbano di quell’istituzione dello shopping milanese che è corso Vercelli. Poi, d’un tratto, l’illuminazione: «Coin!». Ecco, Coin. Il bimbo ha azzeccato la risposta — le quindici vetrine e i sei piani del colosso di Mestre torreggiano senza rivali — ma ancora non sa che presto dovrà aggiornare la filastrocca: da quel 31 luglio in cui la scure della chiusura calerà sulla boutique, togliendo a 28 dipendenti il loro lavoro e il suo simbolo forse più riconoscibile a un quartiere tutto. Là dove fino al 2001 a dominare erano i giocattoli del Grande emporio Cagnoni ora esposti sullo scaffale della malinconia, reparto vecchia Milano.
Le prime indiscrezioni ventilano un pacchetto di quattro diverse attività commerciali già in predicato di raccogliere l’eredità di Coin. Una prospettiva che rischiara uno scenario sul quale però in molti, tra i titolari di quelle piccole e storiche botteghe a conduzione familiare non ancora fagocitate dai grandi marchi internazionali che le fiancheggiano (a differenza di quanto accade nel «cugino» corso Buenos Aires) scorgono più d’una nube all’orizzonte. «È inutile girarci intorno: la chiusura è una botta», sospira Massimo De Molfetta, a capo dell’omonima camiceria, che rifugge il pessimismo ma con esso anche il disincanto: «È fisiologico che i negozi aprano e chiudano, accade di continuo. Questo però non era un negozio come gli altri». Se i volumi di affari al momento si confermano stabili, a garantire la sopravvivenza è ora un approccio alla clientela che non può più prescindere dalla tecnologia: «Per competere con i colossi internazionali non basta più offrire solo un prodotto di qualità, serve anche un posizionamento social efficace — aggiunge —. Solo così possiamo attirare i turisti stranieri che altrimenti difficilmente frequenterebbero in questa zona». E anche lo spirito olimpico, in effetti, si è solo intravisto. «L’unico fermento lo si è dovuto alla presenza di Casa Polonia, in via del Burchiello — commenta dal bancone della Torrefazione Vercelli di via Cherubini il titolare Luciano Pizzuto —. Per bar e ristoranti i volumi sono calati, dalla pandemia in poi lo sdoganamento dello smart working ha drenato molte presenze».
Fin qui, le ombre. E però, al netto delle defezioni eccellenti, lo stato di salute del distretto si mantiene elevato: lo conferma il presidente dell’associazione degli esercenti di zona, Alessandro Colombo, al timone dell’omonima gioielleria, e lo certifica, numeri alla mano, il vicepresidente di Confcommercio Milano Gabriel Meghnagi: «Non è una via in crisi, semmai è il modello Coin dei multistore a esserlo, con l’eccezione della Rinascente che però si trova in piazza Duomo dove tutto è possibile — puntualizza — . Il canone di affitto è mediamente di 1.500 euro a metro quadro, inferiore rispetto a Buenos Aires ma comunque elevato. Non ci sono mai negozi sfitti, e questo accade anche in via Belfiore. Semmai soffrono le vie limitrofe e l’ultimo tratto verso piazza Piemonte». Là dove una vecchia Aston Martin Db5 modello James Bond è parcheggiata a far ombra all’e-bike di un rider di Glovo, e anche questo sembra un segno del tempo che corre.
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22 febbraio 2026
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