di
Camilla Bianchi
Architetto e collezionista, in questi giorni ha iniziato a progettare l’ampliamento del parco scientifico a Stezzano. La passione per l’arte: «Scelgo le opere con la pancia, sono colpi di fulmine»
Appena rientrato da un viaggio in Qatar, dove ha partecipato alla fiera Art Basel («più interessante di quanto pensassi, allestita con grande cura dalla sceicca»), Luca Bombassei, architetto e collezionista, si racconta nel suo studio milanese. Alle pareti, una stupefacente libreria trompe l’oeil di Piero Fornasetti. «Faceva parte della Casa di Fantasia che disegnò con Gio Ponti negli anni Cinquanta. Era finita a Londra in un’asta. L’ho salvata e riportata a Milano. Mi piace essere circondato da cose belle, sono di stimolo per chi fa il mio lavoro». Da qualche settimana Bombassei ha iniziato a progettare l’ampliamento del Kilometro Rosso, un nuovo edificio che sarà pronto entro un paio di anni. Un’avventura, quella del distretto dell’innovazione sorto alle porte di Bergamo, iniziata nel 2000, quando fu presentato il progetto firmato dall’archistar Jean Nouvel.
Come avvenne la scelta di Nouvel?
«Brembo trova un’area particolarmente visibile lungo l’autostrada, l’ex Hewlett-Packard, e mi chiede di proporre una rosa di candidati internazionali che possano essere all’altezza di un progetto del genere. Della rosa fa parte anche Jean Nouvel. Presenta un progetto che colpisce subito tutti. Forse per la sua sintonia con il mondo di Brembo, è un appassionato di auto e quando è venuto a fare il sopralluogo è rimasto colpito dalle macchine che producono i freni, dalla tecnologia, un dinamismo che a ben guardare si ritrova molto nelle sue architetture».
Qual è l’idea di fondo che sta alla base del Km Rosso?
«In questi 25 anni sono cambiate molte cose ma non la filosofia del parco tecnologico. E nemmeno le persone che lo frequentano, per fortuna. C’è questa idea di comunione, di incontro, anche casuale, che crea sinergie. Se qualcuno che lavora al Mario Negri pranza insieme a qualcun altro che lavora in Brembo, e magari parlando di circuiti del sangue e di circuiti di impianti frenanti nasce un’idea geniale, significa che la condivisione degli spazi e delle idee ha consentito di raggiungere un risultato importante».
E questo è accaduto nel corso degli anni?
«Eccome, ed è l’aspetto che vogliamo tenere più presente nella progettazione architettonica. L’edificio che costruiremo è uno di quelli che si affacciano sugli spazi comuni, vero momento di incontro tra competenze differenti e sappiamo bene come la diversità crei valore. Due corpi di fabbrica di circa 15 mila metri quadri complessivi, posizionati tra le sedi di Confindustria e del Mario Negri, con uffici, laboratori, ambienti di dimensioni variabili, ma soprattutto una grande permeabilità con tutto ciò che gli sta intorno: il contesto, le piazze, i luoghi di ritrovo, i servizi comuni. Perché si creino momenti di incontro».
I nuovi spazi hanno già dei destinatari?
«Abbiamo una serie di richieste ed è il motivo per cui abbiamo ripreso a costruire all’interno del Kilometro Rosso. Avendo esaurito tutto ciò che era già stato progettato, ora c’è la necessità di nuovi spazi proprio perché ci sono nuovi residenti che vogliono venire nel parco. Il comitato di Kilometro Rosso ha quindi deliberato di costruire un nuovo edificio in attesa che sorgano anche tutti gli altri a completamento degli spazi disponibili. Ci sono ancora molti metri quadri a disposizione».
Quindi, in futuro, prospettive di ulteriori ampliamenti?
«Assolutamente sì. Non essendo una speculazione immobiliare, è volutamente una sorta di organismo che cresce un passo alla volta a seconda delle esigenze reali. Jean Nouvel ha redatto un “cahier des charges” imprescindibile per la progettazione. Tutti gli edifici sorti nel parco hanno dovuto far riferimento, oltre alle ovvie regole urbanistiche, anche a questo regolamento interno. È previsto, ad esempio, che debbano riflettere il verde che li circonda per mantenere una coerenza anche architettonica all’interno del parco. Sono stati realizzati progetti molto diversi tra loro ma tutti uniti da un “fil rouge”».
Lei vive tra Milano e Venezia. Che rapporto ha con Bergamo?
«La mia famiglia vive lì. Il legame con la città è stretto e continua nel tempo. I miei nonni erano veneziani, quindi in famiglia c’è un po’ di Bergamo e un po’ di Venezia. Milano invece è una mia conquista, mi ci sono trasferito per fare questo lavoro».
I suoi genitori risiedono in Città Alta, che negli anni è molto cambiata. Pensa abbia perso la sua identità?
«Città Alta sta cambiando passo, modalità di fruizione, sono sicuro che ci vorrebbe più attenzione verso il centro storico. La stessa che merita Città Bassa per altre ragioni. C’è un turismo molto veloce, Bergamo Alta è diventata una meta instagrammabile e ci si dimentica di tutto il resto. Ma Bergamo può contare anche su un turismo culturale, non così appariscente e chiassoso ma presente. C’è la potenzialità per diluire e integrare al meglio questi tipi diversi di turismo. Bisogna saperli gestire ed è complesso farlo, ma è un’operazione che va pensata, anche traendo ispirazione da altre città».
A questo proposito, che idea si è fatto dell’alleanza tra Bergamo e Brescia Capitale italiana della Cultura?
«Credo sia stata un’occasione non valorizzata al cento per cento. Attraverso Kilometro Rosso e i suoi portali promuoviamo le iniziative culturali che si tengono a Bergamo, nel 2023 l’abbiamo fatto anche per i musei bresciani per creare un’idea di territorio più ampio e una comunicazione che riguardasse questo unico grande contesto. Certo, le singole istituzioni hanno scarse possibilità di interazione perché con fatica devono pensare al proprio ambito. Confido sul fatto che l’arte sia pensata come strumento di comunicazione e unione e questo possa contribuire ad un allargamento dei confini».
Ha presieduto sino allo scorso anno la Venice International Foundation, che si occupa di tutelare i beni culturali e raccogliere fondi. Fatte le debite proporzioni, è un organismo replicabile anche in città come la nostra?
«Secondo me è assolutamente replicabile e penso anche sia un’operazione doverosa. Non si tratta solo di cercare fondi, serve una sinergia col pubblico. Questi sodalizi devono dare idee e stimoli, non solo denari. La Venice International Foundation sotto la mia presidenza ha portato Francesco Vezzoli al Museo Correr in dialogo con Carlo Scarpa (il progetto di allestimento della mostra, al quale lo Studio Bombassei ha collaborato, è candidato al Compasso d’Oro 2026, ndr). Un ottovolante di stimoli, dall’architettura moderna alla contemporaneità in un edificio in piazza San Marco. Questi cortocircuiti positivi possono essere replicabili».
Lei è tra quelli che avrebbero preferito la nuova Gamec a Palazzo della Libertà o pensa vada bene al posto dell’ex palazzetto dello sport?
«Io lì dove la stanno costruendo andavo a fare judo da piccolo, quindi ho un legame abbastanza particolare con quel luogo. Secondo me Palazzo della Libertà può essere più valorizzato rispetto a quanto accaduto sinora. Il direttore della Gamec Lorenzo Giusti sta comunque facendo un ottimo lavoro, è molto bello che sia riuscito a mantenere viva l’attenzione sulla galleria e a fare mostre importanti anche fuori dagli spazi di via San Tomaso».
La sua dimora veneziana è una sorta di casa-museo affacciata sul Canal Grande. Sceglie con la testa o con il cuore le opere che colleziona?
«Con la pancia. Sono spesso colpi di fulmine, innamoramenti. La mia collezione è museale ma è fatta di persone, molto spesso realizzo talk con gli artisti. Andare oltre il primo strato di un’opera, quello più visibile, può essere molto interessante. Trovo sia utile che qualcuno racconti cosa c’è dietro un’opera d’arte e il collezionista può farlo, seppur con un altro approccio rispetto a figure più istituzionali».
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22 febbraio 2026
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