e Matteo Massi
In tour con lo spettacolo teatrale Percuotendo, in cadenza, subito dopo la reunion dei Cccp e subito prima di quella dei Csi. Di nuovo in libreria con la riedizione di Óra. Ma Giovanni Lindo Ferretti non si era ritirato nel suo Appennino?
“Con il Covid avevamo smesso di suonare e pensavo che la mia vita pubblica fosse finita: un po’ per la sopraggiunta vecchiaia e poi avevo anche una specie di Rsa in casa, dovendo stare dietro a mia mamma e a mia zia. Insomma avevo messo il cuore in pace. Pensavo davvero che la mia vita sociale fosse finita”.
E poi cos’è accaduto?
“Mi hanno chiesto di fare un’alba di San Giovanni sui monti, era una cosa privata, un po’ di letture, e lì ho incontrato Simone Beneventi, un signore delle percussioni, che si presentò a casa mia con dodici campane e gli dissi: “Sei arrivato tardi, io non ho intenzione di fare più nulla“”.
Poi con il ritorno dei Cccp invece gli eventi hanno preso una piega completamente diversa.
“Avevo appena deciso di fare la tournée dei Cccp ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe mi scrisse una mail. “Ferretti chiuderai la rassegna all’Olimpico”. La rassegna si chiamava Coro ed Ermanna e il marito mi dissero che dovevo esserci perché io ero stato con le mie canzoni il Coro della loro vita. Lei sapeva che la parola Olimpico avrebbe fatto la differenza”.
L’Olimpico di Vicenza: com’è entrato quel teatro nella sua vita?
“Ho studiato in collegio con le suore di Maria Ausiliatrice, loro erano tutte vicentine e ci portavano in giro per il Veneto e un giorno – erano i primi anni ’60 – ci accompagnarono dentro il teatro Olimpico. Sono rimasto incantato da questo proscenio prestigioso. Suor Rosalia mi disse: ti piace?. Io: è meraviglioso. Lei: è tutto finto. Poi mi ha preso per mano e mi ha portato sul palco. Ho scoperto lì che il mondo era molto di più della mia valle”.
In fondo lo spettacolo Percuotendo, in cadenza è un po’ la storia della sua vita.
“Siamo qui con questo spettacolo senza grandi aspettative. È sì il resoconto di una vita e ho dovuto accettare, con fatica, che io per tutta la mia vita ho fatto il cantante. Questo è un pezzo di vita che mi è stato regalato dal ritorno dei Cccp e dalla fortuna: ho avuto un infarto e mi sono salvato perché ero in giro, se fossi stato a casa sarei morto”.
Sul palco lei dice: “Dal fonte battesimale alla pietra tombale”.
“È un tempo nuovo per me. La pietra tombale è stata spostata un po’ più in là. L’infarto mi ha costretto a saltare le prove della reunion dei Cccp. Ma per la prima del tour volevo esserci: quella sera in piazza Maggiore, a Bologna, ero debolissimo, avevo fatto le prove generali da seduto. Prima di salire sul palco ho detto a Fatur, Annarella e a Giovanni Zamboni: “Siamo i Cccp, se io stramazzo sul palco siate dignitosi“. E Zamboni mi ha risposto:“Eh Ferretti, a morire sul palco sono capaci tutti, il problema è risorgere“. Sono salito subito sul palco e al di là di un leggero mancamento iniziale poi è andato tutto benissimo. Il palco per me ha sempre avuto una funzione terapeutica”.
E quest’anno tornano i Csi.
“Ho detto: facciamo le cose con calma, cominciamo con pochi concerti. I dieci concerti di adesso mi servono per passare dai Cccp ai Csi“.
In Percuotendo, in cadenza parla di “cerchi che non si chiudono ma si intersecano inanellandosi”.
“Sì, a formare una specie di catena. Subito dopo la reunion dei Csi, c’è arrivata la richiesta di andare in Mongolia: e sono trent’anni dal viaggio fatto là. E io sul palco con Tancredi festeggio anche il biennio mongolo”.
Come in lungo flashback sta guardando indietro, a cosa le è successo.
“La mia vita adulta è cominciata quando ho incontrato Zamboni e abbiamo deciso di fare i Cccp. Già i Cccp avevano seminato i Csi, l’ultimo disco dei Cccp è il primo dei Csi. Il viaggio in Mongolia è stata una cosa fragorosa come Berlino con Zamboni anni prima. La Mongolia ha segnato la fine di quel periodo lì”.
A proposito di Mongolia ha sempre detto che è lo spartiacque della sua vita, perché?
“Dall’incontro con un mondo così primitivo, selvaggio sono stato ributtato nella mia infanzia. I cavalli sono tornati a essere un’esigenza vitale. Ho deciso di tornare a vivere a Cerreto Alpi, la seconda parte della mia vita è stata determinata dal ritorno a casa. Ho seguito i miei vecchi che avevano bisogno di me. L’apice della follia, del mio vivere è stata con i cavalli. Sono riuscito a portare dodici cavalli sull’Arno, davanti a San Niccolò. Per arrivare lì i Cccp erano fondamentali, i Csi erano indispensabili”.
Nel frattempo è diventato settantenne.
“Settanta sono le stagioni dell’uomo, lo dice la Bibbia. Ma ci sono altre storie che si aprono. Dicevo: “Ferretti, accontentati, mettiti il cuore in pace“. Avendo rischiato di morire quando scopri che non sei morto vai avanti e così è un insieme di belle storie quelle che mi riportano sul palco. Ora sono in una dimensione in cui potrei suonare anche per dieci persone, anche per il teatro vuoto, anche solo per noi musicisti e i tecnici”.
Pons tremolans nel suo spettacolo è centrale: tra due mondi, essere tremolante ma presente.
“È la canzone che racchiude tutte le storie che io dissemino per preparare al finale che è il Te Deum“.
Lei dice: “La moltitudine fomenta l’inquietudine”. Com’è l’inquietudine di Giovanni Lindo Ferretti ora?
“A 72 anni può essere la conseguenza di eventi che sono piacevoli. Una maturità che è molto allertata, battagliera e contrastata. L’inquietudine dopo la fine del tour dei Cccp, quando sono tornato da Taormina, era un’inquietudine positiva, mi dicevo: “ti tocca dare una chance ora anche ai Csi“. Quando la storia dei cavalli è finita, come faccio sempre, ho richiuso tutto. Tengo alla memoria ma so che il contrappasso della memoria è l’oblio. Una volta che una cosa è chiusa va messa subito nei bauli. Ma tornando da Taormina ho riaperto tutto, perché tutte le cose chiuse nei bauli mi rendevano inquieto. Non voglio morire senza aver riaperto tutti i pezzi della mia vita”.
Riaprire i bauli “emotivi“ della propria vita: la stessa cosa che ha fatto il pubblico con i concerti dei Cccp e che farà, di sicuro, anche con i Csi.
“Per noi è stato travolgente ritrovare il pubblico al teatro Valli, a Reggio Emilia, perché un conto è pensare alle cose, un conto è ritrovartele vive. Muovono delle cose che il pensiero non può considerare. Le cose fatte sul palco sono state importanti per molta parte del nostro pubblico. Ogni sera ho raccolto storie private, intime, talvolta imbarazzanti. Il nostro pubblico ha investito la propria interiorità nella nostra storia. Ha influito sul fatto che era il caso di rifare gli spettacoli. Era il caso di ributtare in piazza tutto questo coacervo di emozioni che è stato fondamentale per le nostre vite, ma anche per tante altre vite”.
La moltitudine, altra parola chiave. Anzi: le moltitudini.
“Abbiamo di fronte a noi una moltitudine di vite. Ci sta dentro di tutto, non è riducibile a una dimensione politica né a una dimensione sociale. Ho conosciuto persone che sono cresciute con i nostri concerti che hanno vite lontanissime una dall’altra: dai monaci di clausura ai dirigenti d’azienda”.
Sul palco, adesso, porta il teschio del suo cavallo Tancredi.
“Qual è l’azione fondamentale del teatro che impari alle elementari? L’Amleto shakespeariano con il teschio in mano che dice: Essere o non essere. Io l’ho fatto diventare: essere o non essere, comparire, non comparire, scomparire. Perché la modalità oggi si è allargata”.
Chiude lo spettacolo con Annarella, in cui canta: “non dire una parola che non sia d’amore”. Qual è la parola d’amore più importante?
“La più bella parola è sì. Bisogna dirlo solo al momento giusto. Ma è sì, perché qualsiasi sia la forma e la dimensione dell’amore presuppone l’accettazione”.