di
Andrea Galli
Il 22 febbraio 2021 l’agguato in Congo, nella strage coinvolti un carabiniere e l’autista. Il traffico di metalli e il ruolo dell’Onu: i killer del diplomatico sono ancora impuniti. Oggi a Limbiate la commemorazione
Ce lo portarono a tradimento, avevano deciso che dovesse morire lui, Luca Attanasio, lui anziché un altro, per veicolare messaggi e innescare effetti a catena. Quali messaggi ed effetti non si sa, considerando che ancora s’ignorano, tra omertà e connivenze di sfere si presume antitetiche — figure istituzionali e balordi della peggior risma —, ancora s’ignorano mandanti ed esecutori dell’omicidio anzi della strage.
Il 22 febbraio del 2021, cinque anni esatti che ricorrono oggi.
Dunque lo trascinarono giù dalla jeep e portarono in una delle zone più bastarde e dannate del mondo, intorno alla miniera di Lueshe, nella regione di Rutshuru, provincia del Kivu Nord, la parte del Congo ai confini con Ruanda e Uganda. Del Congo, in quella stagione, era ambasciatore per l’Italia proprio Attanasio, 43 anni e 3 figlie, di Limbiate, provincia di Monza e Brianza, prima l’università Bocconi e gli studi di perfezionamento all’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, poi la carriera diplomatica.
Quel giorno Attanasio era a bordo di un convoglio del Pam, il Programma alimentare dell’Onu, difeso dal carabiniere guardia del corpo Vittorio Iacovacci, 30 anni, ugualmente ucciso insieme all’autista della missione, Mustapha Milambo, 56 anni.
Una strage, appunto. Impunita. Come soltanto certe stragi italiane della mafia: inchieste a vuoto, vane attese, testimoni spariti.
O forse no.
L’influenza di Mosca
I legali della famiglia Attanasio stanno per consegnare alla Procura di Roma, titolare del fascicolo (per terrorismo), un elenco di nomi di persone che saprebbero o addirittura c’erano, all’epoca. Insieme a informazioni aggiuntive. In uno scenario d’ingaggio, ha detto al Corriere lo stesso padre Salvatore, di questioni, affari e malaffari fra Stati.
A cominciare da questa nostra Italia «che si trova sotto ricatto altrimenti non si sarebbe comportata come si è comportata». Senza costituirsi parte civile; senza sollecitare sforzi per accertare le responsabilità; senza pretendere — azione sacrosanta a maggior ragione nel caso di un alto funzionario — le necessarie attività finalizzate alla giustizia. Non alla verità totale, beninteso: in ragione d’un panorama geo-politico di confusione, molteplici attori, doppio se non triplo-giochisti, pezzi dei Servizi segreti e agenti provocatori, agenti del caos, agenti a libro paga non dei propri Governi, ecco anche il papà resta aderente al reale: «Credo sia impossibile risalire agli esecutori. Ma forse sui mandanti possiamo raggiungere risultati».
Abbiamo menzionato il contesto: ebbene dalla miniera di Lueshe s’estrae il niobio, un metallo fondamentale per strategie militari ultra-avanzate. Dodici mesi dopo l’agguato, la Russia invase l’Ucraina. In quel 2021, in Congo, il fermento dei russi era massimo, puntando al maggior procacciamento possibile di niobio, che è strategico, conviene spiegarlo, in rivestimenti che resistono a ogni tipo di temperatura e in alcune superleghe. L’attacco russo all’Ucraina è stato pianificato per tempo, lo sappiamo. Anche poggiando sulla geografia africana. Sulle milizie.
Mezzi non blindati
Nessuno, sul continente, o forse pure fuori da esso, dispone di armi così abbondanti e potenti come il gruppo ribelle M23, che ha base nel Congo orientale — cioè proprio quello della strage di Attanasio, Iacovacci e Milambo —, e che si ipotizza essere al soldo del Ruanda nelle trame di quella fascia centrafricana. Alleanze ballerine, guerre civili, mercenari (specie bulgari e romeni), dittatori ottantenni e novantenni al potere su più troni in terre con l’età media, anche 16 anni, più bassa del pianeta. E se parliamo del Ruanda è obbligatorio ricordare la sfera d’influenza della Russia sulla stessa piccola nazione che trionfa nelle classifiche della qualità della vita, della sicurezza percepita nella capitale Kigali, nella gestione (all’avanguardia) dei rifiuti.
D’accordo. Ma Attanasio, Iacovacci e Milambo? L’ambasciatore era uomo di pace, di coraggio nonché di prudenza. Il convoglio non aveva la necessaria sorveglianza, i mezzi non erano blindati, insomma mai si sarebbe avventurato in quel modo su rotte pericolose. Alla missione presero parte due funzionari dell’Onu, risparmiati dai killer. Alla vigilia, nelle comunicazioni di prammatica tra enti e istituzioni, Attanasio e il carabiniere non furono dichiarati dal Pam per le loro stesse identità bensì, genericamente, come uomini delle Nazioni Unite. Ci sono tanti vigliacchi che tacciono nella convinzione che di Luca Attanasio, alla lunga, ci si dimenticherà, o comunque a nessuno verrà più in mente di cercare le risposte. Tutte le risposte.
Vai a tutte le notizie di Milano
Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano
22 febbraio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA