Professionalità, competenza, affidabilità. Dopo il caso Petrecca, ossia il trionfo della scarsezza informativa in mondovisione, il conduttore della cerimonia finale delle Olimpiadi, Auro Bulbarelli, non aveva un compito facile. Come recuperare la figuraccia della Rai? Come far dimenticare il precedente e non replicare il disastro?
Ha pesato ogni parola Bulbarelli nella diretta, ha riflettuto seduta stante su ogni virgola il post Petrecca, l’anti Petrecca. Ha portato a casa – ma che stress! – il risultato il conduttore di RaiSport. Ecco Davide Ghiotto e Lisa Vittozzi, i portabandiera azzurri all’Arena di Verona. Bulbarelli non sbaglia i loro nomi. E neppure sbaglia le date quando arriva in scena il vessillo tricolore dell’Italia: «Nacque nel 1797 a Reggio Emilia, al tempo di Napoleone». Mamma Rai per ora è salva dalle gaffe.
Resisterà fino alla fine questa decenza, dopo tre ore e mezza di estenuante diretta che avrebbe meritato tempi più stringati, specialmente in previsione della maratona sanremese? A proposito di Sanremo: l’Inno di Mameli cantato ieri all’Arena e curato dal trombettista Paolo Fresu con una profondità ben intesa è molto migliore di quello intonato, in stile marcetta pop, da Laura Pausini alla festa d’inaugurazione dei Giochi a San Siro. E funziona anche il Rigoletto.
Il Bulbarelli riabilitato – era stato escluso dalla diretta d’apertura dei Giochi – presentando i vip in tribuna non confonde Lorenzo Fontana, presidente della Camera, con Attilio Fontana, presidente della Lombardia, e per fortuna non c’è Laura, la figlia di Mattarella, per cui la presidentessa del Cio, Coventry, nel racconto è proprio lei e anche Meloni è proprio Giorgia. In più ci sono tre ministri oltre al presidente della Corte Costituzionale: Salvini, Santanchè e Ciriani.
Il racconto
Chissà che brividi a Severo che al posto di Mazzini in ristrutturazione è sede provvisoria della Rai – ma il pericolo è che aveva ragione Flaiano: in Italia niente è più definitivo del provvisorio – e stiamo parlando do via Alessandro Severo a Roma angolo Cristoforo Colombo dove c’è la governance del servizio pubblico guidata dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Quando Bulbarelli dice «possiamo dire che l’Arena di Verona è uno stadio olimpico» scatta la paura nei vertici della televisione: non è che qualcuno può pensare a un bis della gaffe di Petrecca che fece passare San Siro per lo stadio dei giallorossi e dei laziali? Ma no, stavolta no: sembra andare tutto liscio.
Cecilia Gasdia, la soprana, non sbaglia la data d’esordio di Maria Callas all’Arena di Verona: il 1947. Sì, giusto, brava, e vai. Nella war room di Severo, i big di Mamma Rai incrociando le dita assistono alla diretta infinita e non vanno a letto, temendo una scivolata, finché non cala il sipario. Comunque Bulbarelli non confonde il fiume Adige con il fiume Tevere, non sbaglia il risultato della partita tra Usa e Canada («Hanno vinto gli States», dice, e ci azzecca) e insieme a Fabio Genovesi, lo scrittore co-conduttore, e alla Gasdia fa a gara a chi è più erudito: l’importante è far dimenticare l’anti-erudizione petrecchiana o petrecchiesca. E far sentire il «coro a bocca chiusa di Giacomo Puccini» senza scambiarlo per una canzone dei Pooh.
Non c’è Mattarella, ma ha già dato, e soprattutto non c’è sugli spalti Macron, che avrebbe dovuto starci se non altro perché i prossimi giochi invernali si svolgeranno sulle Alpi francesi nel 2030. Ma passare una domenica sera in compagnia di Meloni evidentemente non è l’aspirazione del presidente uscente dell’Eliseo. «La Francia è terra di grandi sciatori», si lascia sfuggire Bulbarelli. Verrà epurato? Macchè!
La Rai stavolta fa la Rai d’antan, classica nel tono e nel modo: non autolesionista. Occhio ai ballerini del Teatro dell’Opera di Roma. Fanno uno spettacolo sulla bellezza della sfida e del superamento dei problemi: esaltazione del Metodo Giubileo anche all’Arena di Verona? I conduttori non si spingono a dire così, ma il silenzio più lungo delle telecronaca è proprio mentre ballano i ballerini capitolini: e la pausa verbale non disturba.
I liceali dei nostri giorni, per dire che una persona funziona, dicono «ha aura». Da ora in poi non diranno «ha Auro». Ma Bulbarelli se l’è cavata.
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