di
Fabrizio Caccia

Le infermiere e l’operatrice della terapia intensiva: «Nel 2024 il primo ricovero, per lui ormai eravamo come delle zie. Sabato siamo crollate»

DAL NOSTRO INVIATO
NAPOLI – C’erano loro accanto a Domenico, quando è morto sabato mattina: Anna, Elena, Federica e Simona, e adesso si fanno fotografare solo di spalle perché quello che vogliono non è farsi pubblicità ma solo raccontare cos’è stato vivere per quasi due anni il calvario di un bimbo coraggioso che ce l’ha messa davvero tutta per continuare a vivere. Sono le infermiere della terapia intensiva del Monaldi ed erano lì sabato mattina intorno alle 9 quando «la macchina — raccontano — è andata a zero e si è fermata, insieme alla vita del bambino». Loro l’hanno visto proprio, quello zero, comparire in un attimo sulla console dell’Ecmo, il polmone e il cuore artificiale che ha tenuto in vita il piccolino di Nola, il figlio di Patrizia e Antonio, per 61 giorni, dopo che il 23 dicembre era fallito il trapianto del cuore nuovo arrivato da Bolzano ma bruciato dal ghiaccio secco. «E quando è comparso lo zero, che indicava il flusso del sangue che si era fermato, la macchina ha fatto un suono come un lungo bip che chissà per quante notti ora ci sogneremo».

«Arriva il cuore nuovo»

Sembrava una storia destinata ad avere un lieto fine, invece si è rivelata una tragedia: «Pensate alla coincidenza — racconta Elena B, 50 anni, di Portici —. C’eravamo sempre noi del nostro turno la sera tra il 22 e il 23 dicembre di due anni fa ad accogliere Domenico quando piccolissimo, aveva appena 4 mesi, entrò per la prima volta in terapia intensiva. Così, quando abbiamo saputo che il cuore nuovo sarebbe arrivato proprio il 23 dicembre di due anni dopo abbiamo pensato che ci fosse di mezzo il destino. Un destino propizio».
«Sì, eravamo proprio contente il 23 dicembre scorso, quando Domenico è stato portato in camera operatoria — racconta Anna L. 42 anni di Torre Annunziata —. Mi ricordo che lui piangeva e io gli dicevo: mai dai, non piangere Domenico, che tra un po’ avrai un cuore nuovo…».
Sabato mattina loro quattro si sono ritrovate intorno al suo lettino insieme ai genitori, a don Alfredo il cappellano, al cardinale Mimmo Battaglia e alla perfusionista Virginia a recitare tutti insieme a bassissima voce il padrenostro, quando il bimbo è spirato. Si sono abbracciati e hanno formato come una catena umana, tutti intorno al bambino che se n’era appena andato. «Sembra una frase fatta no? Sembra retorica — sospira Federica C, 27 anni di Napoli —. Come quando si è detto che Domenico voleva vivere. Eppure è la verità. Perché voi non immaginate neppure quant’è dura restare attaccati per 61 giorni all’Ecmo che ti rovina gli organi pur tenendoti in vita, ci vuole una forza incredibile, un attaccamento alla vita non comune. Ed era proprio ciò che aveva Domenico».



















































Il tatuaggio della madre

Quando lui entrò per la prima volta al Monaldi, nel dicembre 2023, a causa della sua cardiomiopatia dilatativa, era piccolissimo e a causa della sua patologia si lamentava forte, «lo chiamavamo l’urlatore — continua Anna L. —. Ma io e lui ci siamo fatti anche tante risate quando via via è migliorato, lo portavo poi in braccio a prendere i parametri». Mamma Patrizia le conosce bene queste quattro ragazze del Monaldi: « “Quando penso che ci siete voi, vado via tranquilla”, ripeteva sempre», dice orgogliosa Simona, 32 anni di Napoli. Mamma Patrizia affidava a loro il suo «leone», lo chiamava così perché Domenico era nato in agosto. Ma lo chiamava anche «il mio guerriero» ed è la scritta che porta oggi tatuata su una mano accanto al simbolo di un battito cardiaco di Domenico, tratto dall’ecg.
Quando entrò per la prima volta, lui era piccolo piccolo e beveva solo latte e piangeva: «Ma poi col tempo è diventato un ometto — racconta sorridendo Federica C. —. La mamma lo vestiva con i jeans e le magliettine e gli portava un mucchio di giocattoli, pupazzi, orsacchiotti, dinosauri di gomma e lui si divertiva davvero un mondo a giocare». «Si divertiva moltissimo anche quando noi gli gonfiavamo davanti agli occhi i nostri guanti di plastica come palloncini e ci disegnavamo sopra le faccine degli smile», ricorda Simona che ha gli occhi celesti come il mare di Napoli.

Il box vuoto

Sabato mattina, quando è morto, Anna confessa che non ha avuto «il coraggio di baciarlo né di toccarlo, perché io l’avevo visto sempre vivo e non volevo accettare questa fine», spiega. «Ma eravamo comunque preparati — ammette Simona —. Sabato mattina quando abbiamo montato, alle 7, i colleghi smontati ce l’avevano detto che sarebbe andato avanti per poco…». Con le infermiere del Monaldi stiamo parlando fuori dal reparto, vicino allo scalone che porta all’uscita. In realtà, durante l’intervista, loro si danno il cambio e «una resta sempre dentro a controllare» gli altri 3 bambini rimasti. «Con Domenico erano in 4, ora il suo box è vuoto», completa la frase Elena, sconsolata.

«Continuare per loro»

Non vogliono commentare quello che è successo: il ghiaccio secco, il trapianto fallito e l’inchiesta che ne è scaturita. Loro conoscono benissimo i medici che ora sono indagati, ma preferiscono che sia la magistratura a dare le risposte che mamma Patrizia ora esige: «Sabato mattina ci siamo abbracciate, le ho detto di farsi forza — ricorda Anna —. Ma sono parole inutili quando si perde un figlio». Tra le cure in terapia intensiva e la degenza in cardiochirurgia pediatrica Domenico Caliendo ha passato più tempo al Monaldi che a casa sua: «Era la nostra mascotte, abbiamo molte foto con lui conservate gelosamente nella memoria dei telefonini — dice Elena —. Dopo due anni di vita trascorsi insieme, eravamo diventate quasi delle zie per lui. Ma non è vero che lo chiamavano Mimì o Mimmo come ho sentito dire. Mamma Patrizia l’ha sempre e solo chiamato Domenico». Dopo aver pianto tanto sabato mattina accanto ai genitori, le quattro ragazze sono tornate a casa e «lì siamo crollate» ammette Federica. La terapia intensiva è «un reparto per pochi», dice, ci vuole tempra per non farsi travolgere dall’onda dell’emotività, «il cuore è l’organo più delicato, purtroppo a volte si muore a causa sua, ma mai era successa una cosa grave come è accaduto a Domenico. Però è il nostro lavoro, bisogna rialzarsi e ricominciare ogni giorno, perché altri bambini hanno bisogno di noi».© RIPRODUZIONE RISERVATA


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23 febbraio 2026