di
Aldo Grasso

Eurosport invece ha fatto un’ottima figura, con conduttori preparati da anni al grande evento

La sciagurata telecronaca Rai della cerimonia d’apertura faceva presagire il peggio. L’inadeguatezza di Paolo Petrecca ha fatto sogghignare mezzo mondo, regalandoci l’ennesima figuraccia internazionale. La solita Italia dell’improvvisazione, dell’approssimazione, dell’ignoranza sportiva esibita senza pudore. Quando si parte così, si teme il tracollo. E invece no. Le cose sono andate meglio del previsto. Anche perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto ciò che questa politica spesso non sa fare: ha messo le Olimpiadi sotto la sua ala istituzionale, ha dato stabilità all’evento.

Quasi nessuno avrebbe scommesso su questi Giochi. Tra sprechi annunciati, ritardi cronici, sospetti di malaffare, infrastrutture incerte, Milano «troppo piatta», Cortina, Bormio, Livigno, Predazzo «troppo isolati», sembrava la ricetta perfetta per un mezzo disastro. Invece è successo il contrario. L’immagine del Paese ha guadagnato credibilità. Le località di montagna hanno registrato numeri record. Milano ha beneficiato di un afflusso straordinario e festoso. Sì, sui mezzi pubblici c’era più gente. Qualche disagio. Ma i grandi eventi funzionano così: portano vita, non silenzio.



















































Complimenti a Giovanni Malagò, all’amministratore delegato Andrea Varnier e al presidente del Coni Luciano Bonfiglio. La presidente Cio Kirsty Coventry ha parlato di «fonte di ispirazione globale» e di un’organizzazione «oltre le aspettative». Se Cortina ’56 rappresentò la vetrina della rinascita italiana nel dopoguerra, Milano-Cortina ha dimostrato che il Paese, quando vuole, sa ancora sorprendere. Negli Stati Uniti, NBC e Peacock hanno superato i 20 milioni di spettatori giornalieri per gran parte dell’evento. Questo significa reputazione, fiducia, futuro.

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E poi i risultati. Dieci ori. Sei argenti. Quattordici bronzi. Record di finalisti. Record di medaglie per la Federazione del Ghiaccio. Quante volte è risuonato l’inno di Mameli? Federica Brignone non ha semplicemente vinto: ha dominato, impartendo lezioni di tecnica e carattere. È questo che distingue i campioni: la capacità di emergere quando conta davvero. È un modello sportivo autentico, non costruito sui social o sulle presenze in tv. Come Arianna Fontana. E poi Tommaso Giacomel. In testa, perfetto ai primi poligoni. Poi il dolore. Il ritiro. Le sue parole — «È devastante fermarsi… ma non mi arrenderò mai» — raccontano meglio di qualsiasi commento cosa significhi competere ad alto livello. La sconfitta dignitosa e il racconto personale valgono quanto una medaglia.

Il modello dell’«Olimpiade diffusa» si è rivelato una scelta intelligente, non una toppa organizzativa. Gare dove esistono già competenze e impianti: Cortina per lo sci, Milano per il ghiaccio. Distribuire l’evento significa distribuire benefici, responsabilità, anche se qualche «cattedrale nel deserto» resterà. Più territori coinvolti, meno centralismo, più sostenibilità. È una lezione che molte future candidature dovranno studiare, anche per ragioni dovute al cambiamento climatico. Oggi esistono due modi di vedere le Olimpiadi in tv. Il primo è quello tradizionale della Rai: palinsesto rigido, interruzioni, pubblicità, gare tagliate. Lo spettatore vede ciò che gli viene concesso. Se arriva il tg, la gara può aspettare. Il secondo è quello della copertura totale. Warner Bros ha offerto ogni singolo evento su HBO Max e Discovery+, con 865 ore di dirette e oltre 1.000 ore complessive di produzione. 4K, grafiche evolute, intelligenza artificiale al servizio della comprensione.

In Rai pochi si sono distinti, a cominciare da Paolo De Chiesa e Stefano Bizzotto. Troppi, invece, gli improvvisati. Mandati in onda senza preparazione adeguata. Emblematico l’episodio del bob a quattro: «Evitiamo l’equipaggio numero 21, che è quello dell’israeliano». Una frase intercettata in diretta. Poi le scuse di Dario Di Gennaro sono arrivate, doverose. Ma il danno era fatto. La differenza si è vista. Eccome. Eurosport ha investito per anni nella preparazione delle sue voci, da Massimiliano Ambesi a Camilla Alfieri. Competenza, studio, continuità. Sì, Discovery è a pagamento. Ma anche la Rai si paga. E il servizio pubblico non dovrebbe permettersi leggerezze. Infine, Auro Bulbarelli, Cecilia Gasdia e lo scrittore Fabio Genovesi, nel commentare con discrezione e la dovuta profondità hanno saputo trovare le parole per chiudere con suggestione la manifestazione dall’Arena di Verona.

Milano Cortina ha dimostrato una cosa semplice: l’Italia non è condannata alla mediocrità. Quando smette di litigare, quando s’impegna, quando affida le responsabilità a chi è competente, sa organizzare e sa vincere. Il paradosso è tutto qui. Siamo capaci di eccellenza, ma continuiamo a raccontarci come se fossimo irrimediabilmente incapaci. Questa Olimpiade ha smentito il nostro stesso pregiudizio.

22 febbraio 2026 ( modifica il 23 febbraio 2026 | 08:35)