di
Elena Meli

Non ci sono ancora terapie risolutive, va visto come un possibile intervento di supporto nell’ambito di strategie più complesse

Avere un microbiota intestinale in equilibrio, che non favorisca l’infiammazione locale, e quindi generale, è fondamentale per la salute e per un corretto funzionamento dell’asse intestino-cervello.

Questa consapevolezza non è più in discussione, tanto che non mancano le proposte per migliorare il dialogo agendo sulla composizione del microbiota dall’esterno, con integratori e supplementi di probiotici o magari psicobiotici, mix di specie batteriche che aiuterebbero la salute mentale: sono davvero efficaci, è così semplice manipolare a nostro piacimento il microbiota



















































I limiti delle attuali conoscenze 

«Il rischio è proprio l’iper-semplificazione», risponde Amedeo Amedei del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università di Firenze. «I probiotici sono composti in genere da un ceppo batterico o un mix di più ceppi, ma nel microbiota intestinale ci sono trilioni di microrganismi, per di più non solo batteri; inoltre gli effetti dei probiotici sono molto individuali e spesso imprevedibili. Non esiste poi un microbiota ideale valido per tutti e sempre e ciò, unito al fatto che gli studi clinici su probiotici e psicobiotici sono in genere di breve durata, di piccole dimensioni e con obiettivi diversi fra loro, rende difficile trasferire nella pratica clinica una possibilità reale di intervento. Siamo ancora lontani dal poter interferire in modo sicuro, consapevole e personalizzato sulla composizione del microbiota intestinale». 

Quel che si può fare 

Che fare per mantenerlo in equilibrio il più possibile? «A oggi le raccomandazioni più solide non si basano sull’uso di prodotti specifici ma su un corretto stile di vita», risponde Amedei. «Dieta variata e ricca di fibre, con pochi cibi ultra-processati, sonno regolare, costante attività fisica e una buona gestione dello stress sono elementi con documentati effetti positivi su metabolismo, infiammazione e salute intestinale. Prendersi cura dell’intestino significa, anche, prendersi cura del cervello: le terapie mirate al microbiota arriveranno, ma devono essere basate su dati certi e non su promesse premature».

Il trapianto fecale e la Sla 

Modificare in maniera drastica i microrganismi nell’intestino è possibile con il trapianto di microbiota fecale, che trasferisce in una persona con una forte disbiosi il microbiota raccolto da un donatore sano, trattato e poi somministrato di solito attraverso una colonscopia. È una procedura medica approvata per pazienti con infezioni dal batterio Clostridioides difficile che però si sta testando in studi clinici anche per altre malattie, comprese quelle neurologiche. 

All’Università di Firenze i ricercatori si sono focalizzati sulla sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una grave malattia neurodegenerativa, caratterizzando nei pazienti il microbiota, l’immunità e le loro interazioni biologiche. «Profili microbici, del metabolismo e dell’immunità diversi aiutano a identificare sottogruppi di pazienti con caratteristiche biologiche differenti», racconta Amedeo Amedei, che ha condotto gli studi in collaborazione con Università di Modena e Reggio Emilia e Università Cattolica di Roma. «I dati raccolti nei modelli di Sla nel topo supportano l’ipotesi che la genetica e il microbiota possano interagire influenzando
il metabolismo dei grassi e l’infiammazione, entrambi rilevanti nella malattia». 

A partire da questi risultati, a Firenze è stato condotto uno dei rari studi clinici sul trapianto di microbiota fecale nella Sla: i dati, non ancora pubblicati, sono incoraggianti e indicano che la procedura è sicura, ben tollerata e sembra modulare l’immunità ma, come sottolinea Amedei, «Servono conferme su numeri più ampi e da altri centri; inoltre, non è una terapia risolutiva ma un possibile intervento di supporto nell’ambito
di strategie più complesse. Le domande a cui rispondere sono ancora molte, dal numero di infusioni necessarie alla durata del trattamento, dalla necessità o meno di una preparazione con una terapia antibiotica
ai criteri giusti per selezionare i donatori; a questo si aggiungono i limiti della procedura, che non è priva di complessità organizzative e ha un effetto di modulazione del microbiota la cui durata è da definire», conclude.

23 febbraio 2026