di
Cesare Giuzzi

Tutto va contro l’agente che ha sparato contro il pusher, indagato per omicidio volontario. Trovati due Dna misti sulla pistola giocattolo. I familiari di Abderrahim Mansouri: «Voleva denunciarlo perché chiedeva il pizzo»

Ipotesi che diventano certezze. Trame che sembrano uscite da serie tv ma che, con il passare delle ore, trovano sempre più riscontri. A 28 giorni dallo sparo del Boschetto di Rogoredo, il mistero della morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri è ormai a una svolta. Per la procura il quadro delle indagini è «convergente» in un’unica direzione. Tutto va contro l’agente che ha sparato, Carmelo Cinturrino, 41 anni, da tempo in servizio al commissariato Mecenate e indagato per omicidio volontario.

I «colleghi» della sezione Omicidi della Mobile, coordinati dal pm Giovanni Tarzia, hanno raccolto indizi tecnici (l’analisi di cellulari, tabulati e chat), scientifici (ci sono due Dna misti sulla pistola giocattolo) e testimonianze.
A cominciare dai quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Davanti al pm hanno «mollato» l’assistente capo e riscritto la prima versione messa a verbale: nessuno ha visto da subito la pistola che, secondo Cinturrino, Mansouri gli avrebbe puntato contro.



















































L’arma sarebbe comparsa sulla scena solo in un secondo momento. In quei 23 minuti durante i quali il collega 28enne che era con lui, e testimone oculare dello sparo, è tornato in commissariato (quindici minuti tra andata e ritorno) per prendere uno zaino su indicazione del 41enne. Lì dentro, secondo gli inquirenti, era nascosta la Beretta 92 giocattolo senza tappo rosso. L’agente ha detto a verbale di non sapere cosa ci fosse dentro, pensando solo a moduli e documenti.

Su quest’arma sono in corso accertamenti per capirne la provenienza. Il sospetto è che Cinturrino l’abbia requisita a qualche pusher e l’abbia tenuta. Oppure potrebbe trattarsi di un oggetto che si trovava in sequestro, ma non avendo numero di matricola sarà quasi impossibile capirlo. In ogni caso la convinzione di chi indaga è che Cinturrino, difeso dall’avvocato Pietro Porciani, l’abbia conservata illegalmente dopo qualche operazione di polizia. Per capirlo nelle prossime ore saranno sentiti altri colleghi del commissariato e verranno fatte verifiche sui corpi di reato sequestrati.

Un accertamento che servirà anche per verificare le «voci» (sempre più concrete) sul lato oscuro del poliziotto: pestaggi e richieste di pizzo ai pusher, estorsioni di droga e contanti in cambio del lasciapassare per spacciare al Corvetto. Accuse arrivate da altri spacciatori sentiti dalla polizia, ma anche già noti agli inquirenti prima della morte di Mansouri. I familiari della vittima, assistiti dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli, non nascondono che Abderrahim fosse uno spacciatore, ma dicono che «pochi mesi fa» il 28enne aveva manifestato agli avvocati l’intenzione di denunciare Cinturrino, noto nell’ambiente con il soprannome di Luca, perché il poliziotto gli aveva chiesto soldi (5 grammi di coca e 200 euro al giorno) per spacciare.

Mansouri, secondo i familiari, aveva «paura» di Cinturrino e «temeva per la sua vita». Per questo gli investigatori della Mobile, diretti da Alfonso Iadevaia e Francesco Giustolisi, stanno verificando qualsiasi possibile collegamento nel passato tra la vittima e il 41enne. Lui a verbale, poche ore dopo lo sparo, aveva detto di aver «riconosciuto Zack» ma «di non averci mai avuto a che fare» anche se «era stato arrestato» in passato dai colleghi. La famiglia sospetta però che si sia trattato di una «esecuzione», che Cinturrino gli abbia sparato di proposito per ucciderlo. Su questo punto gli accertamenti balistici e tecnici sono cauti: Mansouri è stato colpito da 20-30 metri con un proiettile solo che lo ha preso vicino alla tempia destra. Un colpo quasi impossibile anche per il migliore dei tiratori.


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23 febbraio 2026 ( modifica il 23 febbraio 2026 | 08:15)