Forse perché non ci arrendiamo all’oblio ingiusto di chi ha perso la vita per svolgere fino in fondo il proprio lavoro, siamo rimasti colpiti dalle polemiche che riguardano il funerale in chiesa dell’assassino di un magistrato. Domenico Belfiore, boss della N’drangheta, morto a 73 anni, venne giudicato colpevole dell’uccisione del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Era il 26 giugno del 1983, un agguato serale, una decina di colpi, l’ultimo al volto del magistrato uscito di casa con il proprio cane. Belfiore, respingendo ogni accusa, non si si era mai pentito. E anche per questa ragione, la decisione di concedere le esequie normali nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso, ha sollevato diverse proteste oltre alla comprensibile amarezza della figlia.
Paola Caccia si è chiesta se sia giusto il funerale in chiesa per «un boss che non ha mai abbandonato gli insegnamenti mafiosi fino alla fine». Oggi su La Stampa, intervistato da Giuseppe Legato, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, in prima linea nella lotta alle mafie, sostiene che la preghiera per i defunti non si nega a nessuno «ma è un errore mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi». Il vescovo di Ivrea, Luigi Salera è di altro avviso: «Non sappiamo se vi è stato un pentimento interiore».
Dunque, il defunto sarà affidato alla misericordia divina. Nessuno, per carità, la contesta, ma forse nel rispetto del dolore dei familiari, sarebbe opportuno che vi fosse più chiarezza e unità d’intenti. Anche per non disorientare i fedeli. Quanto alla memoria, il parroco ha confessato che non sapeva chi fosse quel boss. Forse non si ricordava più, come tanti, nemmeno dell’omicidio di quel giudice coraggioso. Non è colpa sua. L’oblio è feroce e ingiusto.
23 febbraio 2026, 12:22 – modifica il 23 febbraio 2026 | 12:40
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