di
Paolo Morelli
Dal 5 marzo una mostra tutta dedicata al maestro giapponese della «Grande onda» e delle vedute del Monte Fuji nell’iconica galleria di piazza IV Marzo
C’è una linea familiare strettamente legata all’arte, ma soprattutto alle gallerie, alla base del lavoro e della passione di Elena Salamon. Torinese, classe 1969, è nata nell’anno in cui sua nonna, Teresa Villa, portò per la prima volta a Torino la celebre Grande Onda di Katsushika Hokusai. L’incisione, probabilmente tra le più iconiche dell’arte giapponese, arrivò da Parigi dove già la produzione del Sol Levante era nota e apprezzata. Dal 2002, Elena Salamon ha aperto la sua galleria in via Torquato Tasso, affacciata su piazza IV Marzo. La linea famigliare lunga 70 anni porta con sé un tema centrale: il rigore scientifico e la passione per ciò che si fa.
Elena Salamon, come è nata l’idea di aprire una galleria?
«A vent’anni, nonostante mi fossi iscritta a Lettere con indirizzo artistico, quello che sembrava quasi predestinato — fare la gallerista — non mi attirava. Poi mio padre si è ammalato, l’ho aiutato durante la malattia nella sua in galleria, e quando è mancato, a soli 55 anni, ho deciso di aprire una mia attività: una galleria su strada, con ingresso libero, radicata nel tessuto cittadino».
Ha cambiato qualcosa rispetto all’attività di suo padre?
«La galleria dei miei nonni si occupava principalmente di arte antica e di stampe giapponesi, un amore che ho sempre condiviso e mantenuto. Ho però ampliato il campo alle stampe del Novecento: i grandi maestri come Chagall, Picasso, Matisse».
Che cosa le hanno trasmesso i suoi nonni?
«L’amore per il Giappone, ad esempio. Poi ricordo che da giovane, mentre facevo l’interrail, trovai il libro di mio nonno (Il conoscitore di stampe, del 1960, ndr) al Museo del Prado, tradotto in spagnolo, e mi emozionai molto. Dietro tutto questo c’era mia nonna. Loro si erano separati prestissimo, lei peraltro è stata la prima a separarsi a Torino e fu difesa da Bianca Guidetti Serra. Lo fece intorno al 1965 quando ancora non c’era la legge sul divorzio. Mia nonna era una persona molto accogliente e gentile, dopo la separazione andò a Parigi dai colleghi galleristi che le prestarono delle cose, in questo modo cominciò. Proprio perché frequentava Parigi portò Hokusai a Torino nel 1969».
Che ricordo ha della nonna gallerista?
«La galleria di mia nonna era vicinissima a casa nostra, quindi da bambina finivo lì quasi naturalmente, “parcheggiata” tra le stampe e la carta. La cosa a cui tengo di più come gallerista — il rapporto con le persone al di là dell’acquisto — viene sicuramente da lei, dal modo in cui parlava con i clienti e con gli amici».
Come faceva sua nonna?
«Di lei ho tantissimi ricordi e forse li confondo fra quello che ho vissuto e quello che mi è stato raccontato. In questi anni, sono venuti da me tanti clienti che la conoscevano e mi hanno parlato di lei. Era una persona molto naturale e a me piace quello stile, vestire ruoli particolarmente sofisticati e finti non fa parte del mio modo di essere».
Torniamo a Hokusai, come è arrivato a Torino?
«I miei nonni avevano un collegamento privilegiato con Parigi, un mondo allora lontanissimo dalla provincialità italiana in materia d’arte, e fu proprio lì che mia nonna scoprì Hokusai. Le tre stampe a colori più importanti in mostra — due cascate e un fantasma — vengono invece dalla collezione di mio zio Silverio Salamon, figlio più piccolo di mia nonna e colui che ne ha rilevato la galleria, che le aveva acquistate una quindicina di anni fa».
A proposito di Hokusai, dal 5 marzo aprirà una mostra dedicata alla sua arte. Cosa vedremo?
«Ci saranno le 102 vedute del monte Fuji di Hokusai, una delle ultime opere che ha fatto, in tre tonalità di grigio. È considerata l’apice filosofico del suo lavoro. C’è anche la cosiddetta Piccola Onda. C’è poi una serie chiamata comunemente “raccolta di schizzi con un sol colpo di pennello”, con lavori molto essenziali. Quando sono riuscita ad avere queste stampe, un annetto fa, ho deciso di fare questa mostra. Sono stampe non relativamente care ma introvabili. I più importanti sono a colori, con due cascate e un fantasma. Hokusai decise di realizzare cento fantasmi ma ne fece solamente cinque, sono fantasy puro. Timothy Clark, critico del British Museum, li indica proprio come precursori del fantasy».
Ha aperto la sua galleria nel 2002, anno in cui è uscito il saggio postumo di suo padre, «Il piacere di collezionare stampe contemporanee». Come si trovano le stampe?
«Per la collezione di Hokusai, molte ne ho trovate alle aste. Le tre a colori invece arrivano da un mio zio, Silverio Salamon, da lui acquistate una quindicina di anni fa. Se ne trovano online o dai colleghi, ma non compro mai alle fiere, non sono luoghi dove ritengo conveniente farlo».
Perché?
«Devo comprare un’opera buona a un prezzo di mercato corretto, anche perché le persone guardano su internet e scoprono i prezzi da sé. Ogni tanto mi muovo, a Parigi ci sono ancora cose interessanti sapendo cercare. La cosa importante è garantire l’autenticità dell’opera».
Serve informare gli acquirenti?
«Sì.Bisogna capire che, nel caso delle stampe, se si va a vedere un singolo angolino deve essere identico alla stampa conservata magari al Metropolitan Museum. Di Hokusai, ad esempio, circolano moltissime ristampe, ma spesso è qualcuno che si mette a rifare la Grande Onda, per questo non potrà mai essere identica alla sua. E poi è importante la carta. Non frequento i mercatini, ma spesso sono i figli o i nipoti di vecchi collezionisti a venire da me: hanno ricevuto in eredità opere acquistate un tempo dalla mia famiglia, e a volte portano ancora i certificati di autenticità firmati da mia nonna o da mio zio. La cosa più importante, in ogni caso, rimane garantire l’autenticità dell’opera — e per questo sul sito della galleria pubblico schede dettagliate e molti riferimenti, perché chi compra una stampa deve poter confrontare ogni dettaglio con gli esemplari conservati nei grandi musei».
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23 febbraio 2026 ( modifica il 23 febbraio 2026 | 15:24)
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