Durante l’India AI Impact Summit, il papà di ChatGpt attacca Bill Gates sulle stime di consumo d’acqua da parte dei chatbot ed Elon Musk per i server nello spazio: «Idea ridicola». E se la prende anche con le aziende che licenziano dipendenti dando la colpa agli algoritmi: «È AI washing»

Qual è la differenza fra un’intelligenza artificiale e un umano? Non è l’inizio di una barzelletta, ma la domanda (non troppo) implicita a cui Sam Altman, ceo di OpenAI, ha risposto durante un’intervista all’India AI Impact Summit di New Delhi. Alla conferenza internazionale hanno partecipato i grandi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale (con qualche importante assenza). E non mancano i momenti di imbarazzo, come nella foto che ritrae Altman e Dario Amodei (capo di Anthropic, che ha creato l’intelligenza artificiale Claude) mentre si rifiutano apertamente di darsi la mano come stanno facendo gli altri protagonisti della catena umana. Uno schiaffo fra i ceo di due aziende concorrenti, che già in occasione del Super Bowl se ne sono date di santa ragione.
Umani e intelligenze artificiali, dicevamo. Per il «papà» di ChatGpt in fondo non c’è una grande differenza fra i due. Almeno in termini di consumi. E il dibattito sul tema sarebbe «ingiusto», specialmente se ci si concentra sul confronto fra l’energia richiesta «per addestrare un modello di intelligenza artificiale rispetto a quanto costa a un essere umano fare una singola richiesta», cioè scrivere (e quindi pensare) un prompt.

«Addestrare un umano richiede molta energia», dice Altman dal palco. «Ci vogliono circa vent’anni di vita. E tutto il cibo che mangiamo in quel periodo prima di diventare intelligenti. Non solo: per crearti c’è voluta l’evoluzione di 100 miliardi di persone che sono vissute e hano imparato a non farsi mangiare dai predatori e a capire la scienza e tutto il resto». Altman, insomma, da un lato rifiuta l’idea che l’umano possa essere più efficiente della macchina in termini di consumi energetici. E nel farlo non si risparmia a nel colpire Bill Gates – assente dal summit indiano per sfuggire allo scandalo degli ultimi file di Epstein recentemente rilasciati, alcuni dei quali riguardano da vicino il cofondatore di Microsoft – che l’anno precedente dallo stesso palco aveva stimato che ogni query consumasse quanto una ricarica e mezzo di un iPhone. «Non c’è alcun modo che sia anche lontanamente così tanto», commenta Altman.



















































Dall’altro lato, però, non può negare che quelli consumi dei data center è un tema fondamentale del decenniolo sguardo è puntato proprio sulle aziende che realizzano intelligenze artificiali – e che è «giusto» essere preoccupati di un possibile uso eccessivo di energia. Non tanto per ogni singolo prompt, ma per l’utilizzo complessivo di ChatGpt e dei modelli concorrenti. «Dobbiamo muoverci molto presto verso il nucleare, l’eolico e il solare», afferma.
Non è neanche l’unica volta che, in occasione di questa intervista, Altman tira in ballo la produzione di elettricità per «nutrire» le intelligenze artificiali. In pieno contrasto con l’idea che lui stesso aveva avanzato (forse distrattamente) durante un’altra intervista a settembre, quando aveva aperto alla possibilità di costruire data center nello spazio per sfruttare direttamente l’energia del sole. «Con il tempo, gran parte del mondo finirà per essere coperta da data center», aveva detto al podcaster Theo Von. «Forse dovremmo pensare di installarli nello spazio. Ci investirei migliaia di miliardi». In India, però, ha fatto un grande passo indietro lanciando una frecciata al suo rivale Elon Musk, che aveva ventilato la stessa possibilità): «Onestamente penso che l’idea attuale di collocare i data center nello spazio sia ridicola». Giustificando il tutto con i costi di lanciare i data center in orbita e poi mantenerli in funzione mentre sono lontani centinaia o migliaia di chilometri dalla superficie terrestre.

Per quanto riguarda il consumo di acqua, invece, si è limitato a commentare che le stime (e quindi le preoccupazioni) che girano sono «totalmente false»: «Vediamo queste cose su Internet, tipo “Non usare ChatGpt, consuma 17 galloni (64 litri, ndr) di acqua per ogni prompt», dice Altman, «È completamente falso, totalmente folle. Non c’è alcuna connessione alla realtà». D’altronde, lui stesso aveva pubblicato a giugno scorso un post dove sosteneva – coerentemente con la sua posizione attuale – che la sua intelligenza artificiale consuma appena «un quindicesimo di cucchiaino».

Ma la polemica non si limita al consumo di energia e alle stime (e i sogni) dei suoi rivali. Altman ne ha anche per le altre aziende (non solo della tecnologia) che userebbero l’intelligenza artificiale come capro espiatorio per i licenziamenti di massa degli ultimi mesi e anni. «Non conosco la percentuale esatta, ma c’è un po’ di “AI washing“, la tendenza a dare la colpa all’intelligenza artificiale per licenziamenti che altrimenti sarebbero stati effettuati comunque». Salvo poi ammettere che «c’è una reale sostituzione da parte dell’intelligenza artificiale di diversi tipi di lavori».
Una posizione difficile quella in cui si trova il fondatore di OpenAI. Da un lato infatti deve vendere il proprio prodotto come uno strumento capace di ottimizzare il lavoro (e quindi, indirettamente, di prendere il posto del lavoratore, potenzialmente). Dall’altro lato, però, presentare ChatGpt come «distruttore di carriere» non è una grande mossa di marketing.

Meglio rimanere possibilisti: «Mi aspetto che nei prossimi anni l’impatto reale dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro comincerà a farsi sentire in modo tangibile». I dati, però, cominciano già ora a emergere. Secondo uno studio della società di consulenza Challenger, Gray & Christmas, circa 55 mila licenziamenti nel 2025 sono stati attribuiti direttamente all’AI. Un numero significativo di persone che hanno perso il lavoro, ma che comunque rappresenta meno dell’1% delle carriere interrotte nell’anno per diverse ragioni. Inoltre, secondo un recente documento pubblicato dal National Bureau of Economic Research, il 90% dei dirigenti intervistati ha affermato che l’AI non ha avuto alcun impatto sull’occupazione negli ultimi tre anni.

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23 febbraio 2026 ( modifica il 23 febbraio 2026 | 15:09)