La seconda puntata de L’età sbagliata dei social, la serie di Riccardo Luna: In Europa almeno 15 milioni di utenti «bambini» e quindi fuorilegge che in adolescenza manifesteranno le patologie di una crescita a «pane & social». La terza puntata sarà online giovedì 26 febbraio
«I bambini hanno bisogno di trascorrere tempo online per imparare a navigare nell’ambiente digitale, anche se questo significa essere esposti a un certo livello di rischio». Daniel Kardefelt-Winther, ricercatore capo di Children & Digital Technology UNICEF Innocenti, 27 Novembre 2019.
La bella addormentata europea nell’ammaliante bosco del digitale si è svegliata, dopo un sonno lunghissimo, di oltre un decennio, il 22 gennaio del 2012. Quel giorno, a Monaco di Baviera, Viviane Reding (vicepresidente della Commissione e commissaria per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza), pronunciò un discorso che molti osservatori definirono «storico». Fu all’apertura del DLD (“Digital-Life-Design”) che dal 2005 è il più importante evento tech del continente: guidato dall’editore tedesco Hubert Burda e dall’investitore israeliano Yossi Vardi, si tiene ogni anno a ridosso del World Economic Forum di Davos di cui costituisce l’antipasto tecnologico.
In quel momento la digitalizzazione del mondo era in crescita esponenziale: gli smartphone si accingevano a superare il miliardo di utenti rottamando i vecchi telefonini cellulari (comprese due aziende europee che fino ad allora erano state leader di mercato: Nokia ed Ericsson, che oggi esistono ma fanno altro). Facebook, in vista della quotazione in Borsa, aveva messo a punto il suo modello di business registrando il primo miliardo di dollari di utili: era basato sulla raccolta e lo sfruttamento dei dati degli utenti, cosa che peraltro già Google faceva benissimo come testimonieranno i 50 miliardi di dollari di ricavi che l’azienda di Mountain View avrebbe registrato nell’anno in corso.
Era chiaramente l’inizio di un mondo nuovo e nell’Unione europea invece di varare una politica industriale che ci consentisse di giocare la partita da protagonisti, decidemmo di fare essenzialmente i consumatori. E convenimmo che avevamo bisogno di regole nuove. Cosa peraltro vera. La direttiva europea che disciplinava l’uso dei dati risaliva al 1995: la preistoria del web.
Dal podio dell’HBV Forum di Monaco di Baviera, davanti a 800 persone provenienti da tutto il mondo, la Reding definì la vecchia direttiva «completamente inutile» e disse una frase destinata a diventare emblematica: «Personal data is the currency of today’s digital market. And like any currency, it needs stability and trust». I dati personali sono la valuta del mercato digitale odierno; e come ogni valuta, hanno bisogno di stabilità e fiducia. Per questo la Commissione aveva preparato una proposta di regolamento, strumento che rispetto alla direttiva è molto più incisivo perché immediatamente efficace ed identico in tutti i paesi europei (l’idea, giusta, era avere una normativa unica in tutta l’Unione ma, come vedremo, proprio sulla questione dei social e dei minori, il traguardo è stato completamente mancato).
Tre giorni più tardi, dal palco di Davos, la commissaria annunciò che a Bruxelles era stata ufficialmente depositata la proposta di regolamento «sulla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e sulla libera circolazione di tali dati». Iniziava così l’Era della privacy.
Per arrivare al traguardo ci vollero quattro anni di negoziati e scontri a volte feroci (soprattutto sul tema della sanzioni, che passavano da pochi spiccioli, “pocket money” secondo la Reding; fino al 4 per cento del fatturato annuo delle aziende, ovvero decine di milioni di dollari). L’iter finì il 14 aprile 2016 quando il Parlamento approvò – a larghissima maggioranza, come era accaduto per il COPPA americano peraltro – il General Data Protection Regulation (GDPR), un regolamento che eleva la protezione dei dati personali da obbligo burocratico a diritto fondamentale, con strumenti di tutela effettivi.
Per quel che riguarda la nostra storia, quello è stato anche il momento in cui l’Unione Europea ha provato ad alzare l’età minima per usufruire dei servizi digitali (e quindi per stare sui social). Alzarla rispetto ai 13 anni fissati dagli Stati Uniti e divenuti, come abbiamo visto, uno standard globale. In realtà il legislatore europeo, dovendosi occupare di privacy, non fissò un’età minima per stare sui social; si limitò a stabilire «le condizioni del consenso al trattamento dei dati personali nell’ambito dei servizi della società dell’informazione offerti direttamente a un minore». Ma così facendo all’articolo 8 stabilì implicitamente che l’età minima per stare sui social senza autorizzazione dei genitori è 16 anni; mentre al di sotto di questo limite serve il consenso dei genitori.
Poteva essere un segnale importante rispetto alla Silicon Valley ma non è andata così. Vediamo perché. Intanto va osservato che anche dietro questa apparente svolta, come già accaduto negli Stati Uniti nel 1998, non c’era stato nessuno studio scientifico e neanche un vero dibattito. Il Parlamento europeo anzi inizialmente aveva accolto senza battere ciglio il suggerimento della Commissione che confermava i 13 anni per tutti; ma poi nel famoso “trilogo” europeo (il negoziato tra le istituzioni che serve a trovare il compromesso finale su una norma) era stato il Consiglio, dove siedono ministri degli Stati Membri, a chiedere di alzare la soglia a 16 anni. Le cronache dell’epoca attribuiscono alla Germania e all’Olanda questa richiesta; contro si schierò l’Irlanda con una motivazione che merita di essere ricordata. Stabilire un limite più severo, dissero gli irlandesi, avrebbe spinto i ragazzi a mentire sull’età perdendo così ogni protezione. In effetti, a ripensarci oggi, non prestammo abbastanza attenzione all’ipotesi che al momento di aprire un profilo social si potesse semplicemente mentire sull’età quando invece, come vedremo, il problema era tutto lì. Mentire sul web era facile e senza conseguenze. Era scontato che qualcosa sarebbe andato storto.
Da qui in poi la questione si fa ancora più intricata ma se vogliamo capire cosa è andato storto e cosa fare adesso è necessario addentrarsi nell’oscuro labirinto europeo.
Nonostante gli auspici iniziali infatti, il quadro regolatorio finale è a chiazze e pieno di zone grigie. La prima incertezza riguarda proprio l’età minima che non è davvero «16 anni per tutti» come abbiamo detto. È andata così: visto che non si riusciva a trovare un accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento, a Bruxelles si inventarono un compromesso. Il limite dei 16 anni resse alle obiezioni ma non più come un vincolo, ma come un consiglio. Una raccomandazione: sarebbe spettato ai singoli Stati stabilire per i rispettivi cittadini l’età esatta fra 13 e 16 anni. E così è stato: Germania, Ungheria, Irlanda, Polonia, Olanda, Lussemburgo, Croazia, Romania e Slovacchia hanno confermato il limite di 16 anni; Francia, Repubblica Ceca e Grecia si sono attestate a 15; Italia, Spagna, Austria, Bulgaria, Cipro e Lituania hanno scelto 14; mentre Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Malta, Portogallo, Svezia e Regno Unito hanno adottato il limite americano, 13 anni (scelta che il Regno Unito ha confermato anche dopo la Brexit). Un caso a parte è la Slovenia, la cui situazione è in divenire; mentre Norvegia e Islanda, senza far parte dell’Unione Europea, hanno aderito al GDPR fissando il limite a 13 anni, e lo stesso ha fatto il Liechtenstein ma scegliendo i 16.
A questo va aggiunto che, sempre secondo il GDPR, teoricamente con il consenso dei genitori, un bambino fino a 13 anni potrebbe teoricamente dare il consenso al trattamento dei dati personali.
Potrebbe quindi stare sui social? In realtà no, ma per un’altra ragione. Aprire un profilo social infatti equivale a firmare un contratto e quella capacità giuridica un bambino non ce l’ha e non ce l’ha neanche un adolescente fino a 18 anni. È una regola che deriva dal diritto romano, recepita da tutti gli ordinamenti europei ma con alcune eccezioni importanti. In Germania per esempio sotto i 7 anni la capacità giuridica è zero, ma tra 7 e 18 anni c’è una capacità limitata con consenso genitoriale. Limitata da cosa? L’eccezione è interessante: esiste il «paragrafo dei soldi in tasca» (taschengeld paragraph), per cui un minore, pur senza il consenso parentale, può concludere validamente contratti usando i propri soldi per acquisti della vita quotidiana. La paghetta insomma ne anticipa la capacità giuridica. Ora, se si considera che l’iscrizione ai social è gratuita, un bambino tedesco può teoricamente stare sui social. Anche in Francia può farlo perché la giurisprudenza tende a considerare validi i contratti «della vita corrente» stipulati da minori.
L’Italia è un caso a sé: qui contratti richiedono sempre i 18 anni di età minima: vuol dire che nemmeno con il consenso dei genitori un minore potrebbe validamente iscriversi (il consenso dei genitori infatti risolve il problema del trattamento dei dati posto dal GDPR, ma non risolve il problema contrattuale). Ma davvero l’iscrizione a un social gratuito si può considerare un contratto? Il dibattito fra i giuristi è aperto: c’è chi sostiene che la gratuità dei social sia solo apparente, visto che paghiamo con i nostri dati; e chi osserva che il consenso dei genitori sani tutto. Come è finita? Non è finita. Siamo in piena zona grigia.
Parafrasando lo storico romano Tito Livio a proposito delle incertezza del Senato durante l’assedio di Annibale del 219 avanti Cristo, mentre i giuristi dibattevano, la cittadella dell’infanzia veniva espugnata.
C’è infine una terza variabile da considerare e che è poi quella decisiva. Al netto di quello che dice il regolamento europeo sul trattamento dei dati e di cosa stabiliscono i singoli ordinamenti statali sull’età minima per stipulare un contratto, sono le regole stesse delle piattaforme social ad aver blindato il limite minimo dei 13 anni. E non c’è consenso dei genitori che possa cambiare le cose, dicono i rispettivi termini di servizio (i TOS).
Perché lo hanno fatto? Perché autoimporsi un limite che non c’era? Una spiegazione ufficiale non esiste, ma è possibile dedurla da quel che successo. È questa: abbiamo visto che per avere legittimamente utenti sotto i 13 anni sarebbe necessario raccogliere in forma certa il consenso dei genitori, una procedura complessa e costosa; meglio quindi dichiarare i 13 anni come limite minimo, sapendo che è aggirabile con un clic da parte degli utenti e scaricando in questo modo tutte le responsabilità sui genitori.
Morale: un limite di età per i social network in Europa (e nel resto del mondo) già c’è. Il problema è che si tratta di un limite virtuale, di facciata, totalmente disatteso da tutti: dagli utenti più giovani (i meno colpevoli, va riconosciuto); dai loro genitori che li lasciano fare; da chi dovrebbe fare dei controlli ed eventualmente irrogare delle sanzioni (a che servono tutte le Authority che abbiamo creato sennò?). E soprattutto disatteso dalle piattaforme tech che sono perfettamente consapevoli di avere utenti giovanissimi, bambini compresi; che questi utenti li cercano e manipolano ogni giorno senza scrupoli; che sono al corrente dei molti dei danni creati alla loro salute mentale e lo sanno perché i loro stessi dipendenti li hanno messi al corrente del problema. Ma non hanno fatto nulla. O quantomeno: non hanno fatto l’unica cosa che avrebbero dovuto fare: adottare un vero sistema di verifica dell’età degli utenti e disattivare gli account dei bambini. Punto. Era facile, volendolo fare.
Il risultato di questa manfrina è stato devastante sotto più punti di vista. E non solo per i bambini. Infatti quando un adulto stabilisce una regola per i più piccoli e non la fa rispettare, è la sua credibilità che viene meno. Per questo oggi la credibilità degli adulti che pontificano sui telefonini è attorno allo zero.
Qualche dato su quello che è successo in Europa rende l’idea dell’ampiezza del problema. Le stime più attendibili e prudenti dicono che sono utenti dei social almeno il 70 per cento dei ragazzini di 12 e 13 anni (la frase «tutti i miei amici ce l’hanno» è molto vicina al vero insomma); il 50 per cento dei bambini di 10 e 11 anni; il 20 per cento di quelli di 8 e 9 anni; e il 5 per cento degli under 8.
In totale soltanto in Europa ci sarebbero sui social quasi venti milioni di utenti «bambini» e quindi fuorilegge nel senso che abbiamo visto prima. Il vero, enorme, problema che abbiamo davanti insomma non sono i 14enni o i 15enni o dovunque si voglia mettere questo limite. Sono i bambini. Che quando crescono per anni a «pane & social», in adolescenza manifestano spesso diverse patologie. Voler affrontare il problema partendo dagli adolescenti e non dai bambini significa non capire cosa è davvero accaduto fin qui, gli errori che abbiamo fatto. Significa continuare a sbagliare.
In tutto ciò va notato che all’epoca, una decina di anni fa, non è che ci fosse questa clamorosa urgenza di tenere i giovanissimi – e persino i bambini – fuori dal web e dal social. Anzi, era vero il contrario.
Un esempio tra i tanti è la grande ricerca Global Kids Online lanciata pochi mesi prima dell’approvazione del GDPR, nel 2015: dietro c’era una solidissima alleanza fra la London School of Economics, sicuramente l’istituzione universitaria europea più preparata sul tema; e l’Unicef, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di proteggere l’infanzia.
La ricerca si svolse in undici paesi in tutto il mondo e venne gestita dall’Italia, a Firenze, dove ha sede il braccio di ricerca accademica dell’Unicef, che prende il nome di Innocenti per il fatto di essere ospitato nell’omonimo palazzo sede del celebre orfanotrofio rinascimentale progettato da Brunelleschi nel 1419. L’obiettivo era fare finalmente chiarezza sui rischi e i benefici di tenere i bambini connessi. Nel 2019 arrivarono i risultati e furono una clamorosa sconfitta per tutti coloro che iniziavano a vedere dei pericoli nelle piattaforme e nei loro algoritmi.
Dopo aver sentito circa quindicimila bambini e ragazzi fra i 9 e i 17 anni, i ricercatori confermarono alcune cose che erano già evidenti: in dieci anni l’uso dei web da parte dei minori era cambiato; lo strumento principale per connettersi era diventato lo smartphone; e l’attività preferita era guardare video (su YouTube, Tik Tok e Instagram). E a sorpresa conclusero che le restrizioni generalizzate sull’uso di internet da parte dei bambini impediscono loro di sfruttare le opportunità di apprendimento critico e lo sviluppo delle competenze.
In Silicon Valley non aspettavano altro. Tra l’altro la ricerca metteva tutte le responsabilità di eventuali problemi sulle spalle dei genitori, incoraggiati non solo a far diventare i figli «digitali» prima possibile, ma anche a passare tempo con loro per ridurre gli inevitabili rischi. A questo proposito la docente della London School of Economics Sonia Livingstone, autorevolissima pioniera di questa materia e da sempre sostenitrice di un utilizzo precoce degli strumenti digitali, disse: «Il dibattito è sempre stato diviso tra quali sono le opportunità e quali sono i rischi. Poi ci sono quelle che possiamo chiamare opportunità rischiose e queste sono particolarmente rilevanti per i bambini stessi». Ancora più netto il capo della ricerca dal lato Unicef, Daniel Kardefelt-Winther: «Nel mondo reale i bambini imparano quando sono esposti ad un certo livello di rischio, perché nel digitale dovrebbe essere diverso?». Lo avremmo capito di lì a poco.
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24 febbraio 2026 ( modifica il 24 febbraio 2026 | 12:30)
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