A Topolò si arriva per strada stretta, tornante dopo tornante, finché le case iniziano a comparire come un piccolo sistema appoggiato al versante. Poche decine di abitanti, molte più finestre chiuse che aperte, una lingua di confine che si ascolta ancora nei cortili. In questo paese della Slavia friulana, dove lo spopolamento è un dato statistico e insieme una percezione quotidiana, da alcuni anni succede qualcosa che ha a che fare con l’architettura senza assomigliare a un cantiere tradizionale nonostante, su carta, si tratti di uno di quei classici luoghi che le analisi demografiche definiscono marginali e che l’architettura contemporanea, di solito, osserva da lontano. Da tempo, invece, Topolò è diventato un laboratorio permanente. Il progetto si chiama Village as House ed è portato avanti da Robida Collective, un collettivo formato in gran parte da giovani arrivati dall’estero che hanno scelto di vivere e lavorare qui in modo continuativo. L’idea è precisa: considerare il villaggio come un’unica casa. Ogni edificio una stanza, ogni spazio pubblico una soglia comune, ogni intervento una parte di un organismo più ampio.
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Non si tratta di un piano di riqualificazione tradizionale, non esiste un edificio simbolo che concentra l’attenzione. Il lavoro procede per innesti minimi e continui: dare nuova vita alle abitazioni, sistemare coperture, riorganizzare spazi condivisi, costruire un calendario culturale stabile. Architettura, manutenzione e programmazione diventano un’unica pratica e abitare coincide con progettare. Il riconoscimento internazionale è arrivato con l’Ammodo Architecture Award 2025, sezione Local Scale, assegnato proprio a Village as House. La motivazione sottolinea come il progetto immagini la rigenerazione di un villaggio montano spopolato come un processo lento e collettivo di abitazione condivisa, fondato su interventi piccoli e costanti capaci di ricostruire il legame tra luogo e comunità. Il premio finanzierà la trasformazione del chiosco di Topolò in uno spazio multifunzionale attivo tutto l’anno. Sono quindi previsti il rifacimento della copertura, l’inserimento di pannelli scorrevoli trasparenti, banchi mobili, servizi adeguati per ospitare workshop, residenze e programmi culturali in ogni stagione. Così, il progetto verrà sviluppato con il coinvolgimento diretto degli abitanti, proseguendo l’approccio partecipato che caratterizza l’intero percorso.
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Dal punto di vista architettonico, l’operazione è interessante perché sposta l’attenzione dall’oggetto al sistema. Il paese viene letto come infrastruttura abitativa diffusa. Le funzioni si distribuiscono, si sovrappongono, si ridefiniscono nel tempo, insegnando quindi che una cucina può diventare spazio di studio, un cortile può accogliere una proiezione, un ex edificio agricolo può ospitare una residenza. Il tutto, in un momento in cui molte aree interne europee cercano strategie per invertire lo spopolamento. Così, forse senza volerlo, Topolò offre una posizione disciplinare chiara: la rigenerazione passa attraverso la permanenza, la cura e la continuità dell’uso. Village as House dimostra che un villaggio può essere pensato come un interno condiviso e che compito dell’architettura, sempre più spesso in città dove il tessuto urbano è già bello che consolidato, coincide con la capacità di organizzare la vita quotidiana nello spazio.
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Sono nato a Napoli, non parlo in terza persona e non curo cose, oggetti, persone o animali. Ho studiato architettura tra il Politecnico di Milano e l’ENSA Paris-Belleville per poi laurearmi in Architettura delle Costruzioni. Mi sono occupato di allestimenti seguendo i progetti di NENDO, scrivo di grandi architetture e sto completando un dottorando in Composizione allo IUAV di Venezia. Nonostante questo, tutto regolare.




