di
Paolo Tomaselli
La formazione di Chivu cade anche al Meazza: gol di Hauge ed Evjen per i norvegesi, inutile la rete di Bastoni nel finale
C’è qualcosa di freddo nell’aria che inverno non è. Lo spietato Bodo non concede nulla all’Inter, nemmeno l’illusione della rimonta e vince anche sull’erba vera di San Siro, dimostrando che nella disputa ideologica tra i due allenatori aveva ragione il mago Knutsen, nuovo fenomeno del calcio europeo dopo il filotto con City, Atletico e Inter: era dall’Ajax del 1972, che vinse in finale con i nerazzurri, che una squadra di un campionato periferico non faceva un exploit del genere in quattro partite contro le big nella Coppa più ambita.
Qui di Cruyff, Krool e Neeskens non c’è traccia. Ma la doppia lezione norvegese ai vicecampioni d’Europa è clamorosa, nella forma e nella sostanza. E anche stavolta arriva nel secondo tempo, con il vantaggio dei gialli dopo un’ora di assalto confusionario dell’Inter: un inspiegabile appoggio corto di Akanji manda Blomberg davanti a Sommer e sulla respinta del portiere, l’ex milanista Hauge ammutolisce i nerazzurri, seguito un quarto d’ora dopo da Evjen che beffa i due centrali interisti. Il gol di ginocchio di Bastoni è quello della disperazione e arriva troppo tardi.
Il gelo di San Siro al fischio finale è diverso da quello di Bodo. E l’Inter dovrà metabolizzarlo subito per non avere ricadute in campionato. Il precedente di due anni fa ben sperare (con l’eliminazione agli ottavi e la cavalcata della seconda stella) così come la classifica di serie A. Ma questo era un playoff e il «buco» di 20 milioni tra premi e botteghino pesa. Senza contare che lo spessore del Bodo non è paragonabile a quello di City, Atletico e Psg, le tre squadre che hanno fermato la corsa interista negli ultimi anni.
La prima campagna europea di Chivu si chiude con 5 ko in 10 partite, peggior dato di sempre per un allenatore interista. Per una squadra che nelle precedenti 34 aveva perso 4 volte, è un eufemismo parlare di un passo indietro. Il contesto però è quello di un gruppo tramortito dal finale senza trofei della scorsa stagione e che da novembre ha puntato tutto sullo scudetto.
Certo non si può dire che l’Inter non ci provi fino in fondo. La squadra di Chivu parte a testa bassa, mettendo sotto pressione i norvegesi, che però sono lucidi e freschi, dato che il loro campionato inizierà tra pochi giorni. Il tecnico romeno cambia più di mezza squadra rispetto all’andata, mentre il Bodo è lo stesso, compatto nelle due linee del 4-4-2 quando si difende, ma pronto a distendersi con qualità e rotazioni offensive con le tre punte. Non per nulla, dalla marea di mezze occasioni interiste, emergono due parate non impossibili di Haikin su Dimarco e Frattesi e una non così facile di Sommer su colpo di testa di Evjen.
L’assenza di Lautaro, maestro dei gol nati dal nulla, si sente tantissimo. Perché il Bodo soffre ma costringe l’Inter a forzare le giocate. Frattesi, vera sorpresa di serata, si inserisce con frequenza, ma l’ultimo passaggio nerazzurro è sempre fuori misura. E non bastano le scalpellate su corner di Dimarco per impostare una serata capolavoro. Dodici tiri verso la porta (a uno) sono un dato eloquente nel primo tempo: l’Inter spende molto, ci prova da vicino e da lontano, ma non raccoglie nulla. E anche le due azioni dubbie prima dell’intervallo (un tocco di petto invece che di braccio e una caduta accentuata di Barella) volano via. Pensare al calo di una squadra che da due mesi gioca solo amichevoli e gare di Champions, allenandosi a Marbella, è velleitario. All’andata il Bodo ha costruito la qualificazione nella ripresa. E l’unica cosa che concede è il bis.
24 febbraio 2026 ( modifica il 24 febbraio 2026 | 23:22)
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