di
Greta Privitera

Da quattro giorni gli atenei sono presi d’assalto dagli studenti che sono tornati a chiedere la fine della Repubblica islamica, nonostante la dura repressione

Si fanno fotografare a viso coperto, indice e medio puntati verso il basso per formare una «V» rovesciata, così chi li reprime, li imprigiona e li uccide non li può identificare. Quella «V» significa «8», perché sono i figli del 1380 del calendario jalali – quello persiano -, la nostra Generazione Z. Da cinque giorni sono tornati a protestare contro il regime della Repubblica islamica, ragazzi e ragazze che solo un mese e mezzo fa hanno visto i Guardiani della Rivoluzione in divisa da guerra uccidere miglia dei loro amici, compagni di classe, fidanzati. Li hanno trucidati nelle strade mentre gridavano «morte al dittatore», disarmati di tutto tranne che del loro coraggio.

I superstiti di quelle settimane, le più sanguinose dei 47 anni di dittatura islamista, dovrebbero tremare all’idea di fare la stessa fine. Era quello che sognavano gli ayatollah quando hanno dato l’ordine di scaricare i kalashnikov sui cortei che fluivano per le strade di tutte le città del Paese. Ma questi eroi moderni che ascoltano il rap hanno perso la paura. Appena riaperte le università, gli studenti di Medicina, Lettere, Arte, Tecnologia di Teheran e Mashhad hanno preso d’assalto i cortili degli atenei, fino a sabato sigillati per evitare insurrezioni (l’80% delle università stanno offrendo corsi virtuali). La libertà, per loro, non è più barattabile. Ali ci scrive che non teme di morire. Sua madre e suo padre lo scongiurano di tornare a casa, di lasciare perdere, ma, dice, «ci torno solo da uomo libero». Da quattro giorni marcia con i compagni per chiedere la fine della Repubblica islamica –  che a lui ha portato via un amico – e per commemorare tutte le vittime dell’ultimo massacro. I Basij li arrestano e li picchiano con le stesse spranghe di gennaio, ma loro non hanno intenzione di retrocedere, nonostante la repressione sia già iniziata.
«Sempre più studenti si uniscono alle proteste, siamo in tanti», scrive. Ci passa un audio di un’amica: in inglese spiega come tutto sia nato dal movimento Donna, Vita, Libertà, quell’onda del 2022 partita dall’uccisione di Mahsa Jina Amini. «Ci organizziamo via chat, ci diamo appuntamento ai portoni delle facoltà. Il mondo ci ha mollati, ma noi ce la caviamo da soli». Come se tutto quello che sta succedendo là fuori – i tira e molla dei negoziati, la «big armata» di Trump – contasse poco. Nemmeno la guerra che si avvicina sembra spaventarli troppo: sono già in trincea contro la dittatura. 



















































Sui social, hanno incrociato la vita dei coetanei di tutto il mondo e non sono disposti a rinunciare né a diritti né a desideri. Hanno ereditato la sete di libertà dei genitori, e deciso di andare insieme – ragazze e ragazzi – alla fonte. Qualcuno scrive sotto i video delle nuove  proteste: «Guardate la nostra alternativa, sono i nostri leader». Per smentire chi è convinto che in Iran non esista opposizione organizzata. Di sicuro il regime ha paura di loro e dice: «Potete protestare ma non superate le linee rosse». Come bruciare la bandiera (fatto), o gridare slogan contro la Guida suprema (fatto).

Il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad, chiede agli organi competenti di «agire con decisione e legalità» per riportare la situazione sotto controllo: «Le autorità responsabili devono individuare rapidamente gli elementi di disturbo e intraprendere azioni decise». Colpa, a suo dire, dei «movimenti nemici» che infiammano lo «spazio interno» del Paese ogni volta che gli ayatollah provano la carta dei negoziati. Peccato che lo «spazio interno» arda da anni. Due fronti per Teheran: Donald Trump da una parte, il popolo dall’altra.

24 febbraio 2026 ( modifica il 24 febbraio 2026 | 19:44)