C’è un istinto di base in ogni attore che si rispetti: sforzarsi di non ripetersi.
Non è solo questione di non stancare il pubblico: il più delle volte è direttamente, banalmente, per non stancare se stessi.
Non tutti gli attori hanno chissà quale range di personaggi che sono in grado di incarnare con successo, ma l’idea è se non altro quella di evitare di ingranare il pilota automatico e perdere interesse in quello che si sta facendo. La pizza è la pizza, la base è sempre la stessa, ma c’è un’enorme varietà di ingredienti con cui la si potrebbe condire per non annoiarsi.
Jason Statham fa parte della categoria di quelli a cui invece fottesega, e da tre film consecutivi si è specializzato in un personaggio parecchio specifico: l’ex-specialista militare in pensione, nascosto a fare insospettabile vita modesta, che dovrà tornare in azione per questioni di principio.
Non vedevo qualcosa di così preciso da quando Steven Seagal esordì facendo il poliziotto per quattro film consecutivi.
Sigla!
Scusate questa me la sono cantata tutta.
Non ho idea del perché ci sia Little Richard in un video dei Cinderella, non fatemi domande difficili.
Dov’eravamo?
Ah sì, i ruoli uguali.
È una cosa strana e recentissima: Jason non aveva mai avuto bisogno di cimentarsi nel classico ruolo alla Liam Neeson / John Wick, principalmente perché sa menare e lo sanno tutti.
Non si può nascondere, o perlomeno non può fare finta di niente: non è credibile nel ruolo dell’insospettabile.
Voglio dire: se voi foste appostati in un vicolo in attesa di rubare il portafoglio a qualcuno e passassero Jason Statham e Liam Neeson, a chi lo rubereste? “Liam Neeson”, direte giustamente voi nonostante Liam sia più alto. Chi se l’immagina che sa menare? È Oskar Schindler! Ma sbagliereste: innanzitutto perché derubare Oskar Schindler è da pezzi dimmerda, e poi perché comunque il Jason se ne accorgerebbe e vi pisterebbe come delle zampogne. Sarebbe stato più saggio aspettare che se ne fosse andato prima di menare Schindler. Ma sto divagando.
Jason Statham non è un secret badass: è un obvious badass.
Nel 2024 esce The Beekeeper: ex-sicario militare si “nasconde” come apicoltore.
Nel 2025 esce A Working Man: ex-sicario militare si “nasconde” come muratore.
Contemporaneamente, visto il successo al botteghino, viene annunciato The Beekeeper 2 – diretto dal nostro amico Timo Tjahjanto, tra l’altro. Solo che l’uscita è prevista nel 2027.
E allora che fa Jason? Ha un anno libero e potrebbe fare qualsiasi cosa. Potrebbe approfittarne per diversificare. E invece no, non ce la fa, ormai ha preso il ritmo e non resiste, il 2026 non può rimanere senza il suo riluttante super-soldato: per cui firma per un altro ruolo da ex-sicario militare che si nasconde – stavolta per davvero, in un faro nel mezzo del nulla in Scozia, in un’isola letteralmente disabitata. Per il resto la storia è identica a Beekeeper, ancora più di quanto lo fosse A Working Man, e la differenza principale è che stavolta è interamente ambientata in Gran Bretagna. Se ci pensate, è geniale: la risposta inglese a Beekeeper è… sempre lo stesso attore di Beekeeper, oh, cazzo vogliono gli americani, Jason è nato nel Derbyshire.
La stessa trama, ma stavolta fa freddo!
Che la produzione sia inglese lo dico con assoluta convinzione senza guardare perché, a mio avviso, in una produzione Hollywoodiana avrebbero smorzato tutti gli accenti, e invece qui tirano tutti dritto come se dire “oi” fosse normale, e non c’è nessuno che traduce.
Però il regista è americano, ed è Ric Roman Waugh, ex-stuntman diventato uomo di fiducia di Gerard Butler (Angel Has Fallen, Kandahar, Greenland 1 e 2).
Dovendo distinguersi un minimo da Beekeeper, il tono è serioso come in A Working Man e la situazione ancora più estrema. Jason non è più umile operaio in mezzo ai comuni mortali che non sanno – ma sicuramente sospettano da fisico tirato e sguardo truce – che lui sia un dispensatore umano di schiaffazzi professionista: è direttamente un eremita nell’ultimo posto dove una persona sana di mente verrebbe a cercarlo, e dove campa grazie a padre e figlia che gli portano le provviste anche se fuori piove come in Perugia – Juve.
Il padre ci lascia le penne nell’acquazzone del Renato Curi nella tempesta scozzese, la regazzina rimane ferita a una caviglia, e Jason è costretto dai suoi impeccabili valori morali a tenersela in casa finché non guarisce. Ma – e qui scatta l’altro tema portante del film – a Jason tira il culo uscire di casa, perché qualsiasi pezzo di tecnologia potrebbe essere spiato e svelare il suo nascondiglio: il Governo l’ha messo in cima alla lista dei ricercati, e questo imprevisto potrebbe interrompere la vita da luddista che ha fatto negli ultimi anni.
Insomma: il tono serissimo di A Working Man, con l’idea migliore di Beekeeper ovvero trasformare un problema apparentemente minuscolo in una questione gigantesca.
E il vero miracolo è che funziona: Ric è pur sempre quello che ha diretto Dwayne Johnson in Snitch, il suo esperimento con l’action non-tamarro. È uno che prende sul serio quello che fa, e ama mischiare l’azione a temi drammatici: cura questi ultimi il minimo che serve per risultare sinceri ed efficaci, e poi non dimentica di tenere il ritmo alto, non si vergogna della parte action e non si fa scrupoli a riempire i tempi morti con gli inseguimenti e le scazzottate. Semplice ma concentrato: non il David Ayer svogliato dell’ultima volta. Ma poi voglio dire, la regazzina è interpretata da Bodhi Rae Breatnach, fresca di nientemeno che Hamnet. Probabilmente Hamnet era il film che aveva fatto per passione, mentre ha accettato questa parte in Shelter soltanto per calcoli di reputazione e per fare quello che i media di Val Verde chiamano “Sylvester-bait”. È bravissima, ci mette davvero una marea di sfumature non richieste.
“Non sei più a Hamnet, regazzina”
Missione Shelter – col suo bel titolo italiano da cestone del Mediaworld nel ‘98 – si distingue da Beekeeper non solo per il tono più tragico ma anche per il suo calcare sul tema della paranoia tecnologica. Metti che tu voglia essere davvero irraggiungibile, e metti che qualcuno abbia interesse a trovarti e tutti i mezzi a disposizione per farlo, che tipo di partita si giocherebbe? Cosa dobbiamo temere se questo tipo di strumenti finisce in mano a qualcuno che ha tutti i permessi legali per usarli ma intenzioni non limpidissime? Questo si chiede con preoccupazione Missione Shelter con Jason Statham nei panni di quello che una volta mandavi da solo a fare le missioni impossibili ma poi gli si è risvegliata la coscienza. Il risultato non è esattamente I tre giorni del Condor o Nemico pubblico, ma c’è abbastanza cura da intrattenere, c’è uno di quei bei script che svelano i pezzi del puzzle un poco alla volta, ci sono almeno un paio di scene girate come si deve (la mia prefe: l’immancabile ma bello teso massacro in discuteca) e c’è Bill Nighy che fa il Ministro della Cattiveria.
Stavo guardando che ormai Jason ha 58 anni. È esattamente la stessa età che aveva Roger Moore quando gli dicevano che era troppo vecchio per fare James Bond. Ma, barbone grigio a parte, Jason non li dimostra e se lo ingaggiassero domani diventerebbe il Bond più atletico della storia. C’è mica per caso in giro un copione in cui Bond si è ritirato dall’MI6 e ora lavora sotto falso nome che ne so, come fruttivendolo a Portsmouth?
DVD-quote:
“We all need
A little shelter
Just a little helper
To get us byyyyy…”
Nanni Cobretti, Heartbreak Station