di
Giovanni Bianconi

Parla il capo della Polizia: «Abbiamo indagato noi sul caso di Rogoredo, e l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato. Nemmeno lo scudo penale avrebbe salvato l’agente»

Prefetto Vittorio Pisani, perché ha definito l’assistente capo Cinturrino un ex poliziotto?
«Perché ieri, subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato».

Senza attendere l’esito, almeno parziale, del procedimento penale?
«Sì, perché chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».



















































L’indagine sui fatti di Rogoredo è ancora in corso. Quali aspetti restano da chiarire?
«Innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso».

Si possono immaginare responsabilità più ampie rispetto a Cinturrino e ai suoi colleghi indagati?
«L’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere».

Perché sottolinea l’intesa con l’autorità giudiziaria?
«Perché il rapporto sinergico di massima fiducia non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda, proprio a garanzia della massima trasparenza e rigore con cui verificare l’operato di un poliziotto».

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Non c’è stata alcuna percezione di ostilità nei vostri confronti, da parte dell’autorità giudiziaria, in questa o in altre inchieste?
«Noi non l’abbiamo mai riscontrata. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale. La polizia giudiziaria fa le proprie considerazioni sul piano investigativo, il pubblico ministero nell’ottica di promuovere l’azione penale, il giudice dell’indagine preliminare per l’applicazione delle misure cautelari. Sono funzioni diverse».

Quindi non c’è tensione tra «la polizia che arresta» e «la magistratura che scarcera»?
«Se un pm ritiene che gli elementi prospettati dalla polizia giudiziaria non siano sufficienti per chiedere un’ordinanza di custodia cautelare, o un gip non la emette perché le esigenze cautelari illustrate dal pm non lo convincono, lo fa sulla base di valutazioni prettamente tecniche che rientrano nelle funzioni della magistratura. E questo non significa non avere fiducia nelle forze di polizia, ma che ognuno svolge il proprio ruolo».

È andata così anche dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio degenerata in guerriglia urbana?
«Sì, lì la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».

Il cosiddetto «scudo penale» per chi commette ipotetici reati con «evidente causa di giustificazione», non ancora in vigore, avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo? Ed è utile che venga introdotto?
«Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini. E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro».

Da che cosa?
«Dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro Paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza».

Come si può evitare che, tra interventi in materia di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico, le forze di polizia vengano tirate in ballo nelle polemiche tra forze politiche di maggioranza e di opposizione?
«Il nostro compito è garantire l’esercizio delle libertà fondamentali e dei diritti dei cittadini, a tutela delle istituzioni democratiche, indipendentemente da quale sia la compagine politica che esercita le funzioni di governo. L’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze».

La scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti a Torino non rischia di giustificare un uso eccessivo della forza da parte vostra, contando su una certa “copertura politica”?
«No perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto».

A volte non sembra, come due anni fa con le manganellate agli studenti di Pisa…
«Lì i poliziotti si sono presentati e fatti identificare, viene contestato loro un eccesso colposo dell’uso legittimo della forza e affronteranno il processo penale con dignità, e se verranno accertate responsabilità ne risponderanno. Si tratta di un episodio isolato, ma pure in quel caso sono stati indagati diversi manifestanti. Il punto centrale resta quel delicato equilibrio tra esercizio dei diritti e sicurezza, soprattutto a tutela dei manifestanti pacifici».

Vittime pure loro dei manifestanti violenti?
«Solo nel 2 o 3 per cento delle circa 12.000 manifestazioni svolte nell’ultimo anno, abbiamo registrato l’infiltrazione di gruppi minoritari violenti che colgono l’occasione per scatenare la guerriglia urbana e aggredire le forze dell’ordine, scegliendo il momento più opportuno per entrare in azione. Provocando così un uso della forza da parte dei nostri reparti che sono addestrati con professionalità e schierati a protezione dell’intera collettività».

Dopo le ultime violenze c’è chi ha evocato lo spettro del terrorismo e dell’eversione…
«Dal nostro osservatorio possiamo dire che le iniziative di guerriglia urbana stanno assumendo una dimensione internazionale, a causa di convergenze di gruppi dell’area antagonista e anarchica di diversi Paesi. Per questo sono stato promotore di un working group europeo sulle pubbliche manifestazioni, per uno scambio tempestivo sul piano della cooperazione internazionale e di informazioni sui movimenti di questi gruppi. Rispetto al passato registriamo una maggiore volontà di aggressione alle forze dell’ordine, e per evitare il rischio di derive eversive dell’ordine democratico continuiamo a svolgere un’attività di prevenzione rivelatasi fin qui efficace, grazie a monitoraggi continui e a un modello info-investigativo che non ha eguali all’estero».


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25 febbraio 2026 ( modifica il 25 febbraio 2026 | 07:57)