di
Massimo Gaggi

Nel discorso sullo stato dell’Unione, Trump ha tracciato una strategia che ha galvanizzato i suoi parlamentari. Intimoriti da un momento negativo e decisi ad aggrapparsi al presidente per non perdere il posto nel voto di midterm

Era il momento peggiore per lui: sondaggi che espongono la sua crescente impopolarità e i repubblicani spaventati e disorientati perché il vento del trumpismo non gonfia più le loro vele, mentre i democratici senza una chiara leadership e un progetto politico sono un bersaglio sfuggente, difficile da attaccare.
    
Nel suo torrenziale discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump è riuscito a suscitare quello che è apparso un entusiasmo convinto dei parlamentari conservatori, al di là degli ovvi applausi di rito, anche quando ha accusato l’alta metà del Congresso, quella progressista, di essere composta da pazzi e nonostante abbia detto di nuovo che per i dazi farà da solo, senza bisogno di Camera e Senato. Uno scippo di poteri parlamentari assegnati dalla Costituzione e appena ribaditi dalla Corte Suprema, annunciato davanti alle Camere riunite.
    
I repubblicani si sono spellati le mani perché a otto mesi da elezioni di midterm nelle quali molti di loro rischiano di perdere il seggio, sono più interessati ad avere una guida forte, con una linea chiara da seguire per battere i democratici, che a difendere il perimetro delle competenze del potere legislativo. Mentre il rispetto per gli avversari politici è diventato un optional. 

Ieri notte Trump ha dato loro proprio questo in un discorso nel quale si è mostrato disciplinato e ha tracciato la roadmap repubblicana verso il voto: nascondere i risultati a dir poco mediocri del nuovo governo dietro una narrativa trionfalistica e demonizzare i democratici



















































Obiettivo principale: riconquistare i centristi delusi da Trump che rischiano di voltargli le spalle: vanno recuperati convincendoli che è molto peggio finire nelle braccia di democratici woke, dipinti come succubi di una sinistra radicale. Un partito di pazzi. O di criminali, come ha già detto il braccio destro del presidente Stephen Miller. 

Disciplina

Si temeva lo scontro coi giudici della Corte Suprema, in prima fila alla cerimonia. Invece Trump, pur condannando la loro sentenza, l’ha presentata come uno sgradevole incidente di percorso. Non ha ripetuto gli insulti e le espressioni minacciose da lui stesso usati dopo il pronunciamento dei magistrati e ha stretto la mano ai quattro giudici costituzionali presenti, tre dei quali hanno bocciato i suoi dazi.

Ma, soprattutto, in un discorso sterminato, come da previsioni, non ci sono state le solite, temute digressioni rabbiose. Per una volta il presidente ha rispettato lo spartito preparato dai suoi consiglieri: ha attaccato la sinistra sui temi che i repubblicani considerano cavalli di battaglia elettorali efficaci, dallo stop all’immigrazione clandestina e le espulsioni (tacendo degli eccessi dell’ICE a Minneapolis e altrove) a questioni relative a casi rari ma agitate soprattutto per suscitare una reazione emotiva come la messa al bando della chirurgia per minorenni transgender in assenza di consenso dei genitori.
   
Il dubbio riguarda la tenuta di The Donald, da sempre ondivago: i repubblicani sperano che quello di ieri – un discorso tutto politico-partitico, ignorando, come al solito, la sede istituzionale e il ruolo presidenziale – sia il prototipo di una serie di comizi di Trump in giro per l’America per cercare di recuperare consensi dopo molti scivoloni, a partire dal caso Epstein. Tutto da vedere.

Roadmap

La linea in vista del voto: tentare di contrastare i venti contrari con una tenaglia e un’arma di riserva

Il primo lato della tenaglia è la narrativa trionfalistica: Trump aveva denigrato la «disastrosa» economia di Biden promettendo una nuova età dell’oro. Da quando si è insediato le cose non sono migliorate, per molti sono peggiorate, ma il presidente, con la solita faccia tosta, sostiene che in un anno ha rivoltato l’economia Usa come un calzino e annuncia che l’età dell’oro è finalmente arrivata. E, siccome nei sondaggi la gente continua a dire che sta peggio, aggiunge una postilla: ci sono strascichi degli errori fatti dai democratici. Prova a farla bere all’elettorato.

Il secondo lato della tenaglia, come detto, è quello della demonizzazione della sinistra. Se non convince moderati e centristi con gli argomenti relativi a economia, immigrazione e «guerre culturali», ecco l’«opzione nucleare»: dipingere quello di Obama come un partito radioattivo, che non si può votare. 

Poi c’è l’arma di riserva: le nuove normative sulle regole per il voto che rischiano di ridurre l’affluenza alle urne. Potrebbe essere la vera battaglia dell’estate, sotterranea o comunque poco visibile. Un altro anno difficile per la democrazia americana.

25 febbraio 2026 ( modifica il 25 febbraio 2026 | 12:45)