Una non piccola percentuale di pazienti che hanno avuto un infarto miocardico può andare incontro a una recidiva negli anni successivi. Nonostante le varie terapie che dopo il primo attacco sono state messe in atto.

Per riuscire a capire quali dei nostri pazienti è più a rischio di altri, noi cardiologi utilizziamo varie tabelle che tengono conto di numerosi fattori quali l’età, la familiarità, la presenza di varie patologie quali il diabete, l’ipertensione o malattie renali. E approfondiamo che tutti i nostri pazienti mantengano una sana alimentazione, un giusto peso e valori di colesterolo adeguati, magari utilizzando farmaci che aiutino la prevenzione di un nuovo attacco cardiaco.

E questo a tutti gli infartuati, perché, pur essendo tali accorgimenti indispensabili, non abbiamo un biomarcatore biologico che ci permetta di indentificare in modo chiaro quali siano i soggetti realmente a rischio maggiore.

La coagulazione

Sulla rivista Thrombosis and Haemostasis la professoressa Marina Camera ed i suoi collaboratori dell’Unità di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare del Centro Cardiologico Monzino di Milano, hanno pubblicato uno studio in cui hanno identificato un biomarcatore piastrinico che sembra in grado di predire la mortalità cardiovascolare a distanza in pazienti precedentemente colpiti da infarto miocardico. Tale biomarcatore è il Tissue Factor. Una glicoproteina molto importante nei processi di coagulazione che, quando viene espressa sulla membrana delle piastrine (chiamate in questo caso Tissue Factor Positive) può avviare processi trombotici che sono la causa dell’infarto.

Per lo studio sono stati reclutati 527 pazienti coronaropatici seguiti al Monzino. In tutti è stato misurato il Tissue Factor delle piastrine. L’analisi ha evidenziato che i pazienti in cui la percentuale di piastrine Tissue Factor positive era superiore al 4% avevano, nei cinque anni successivi, un rischio di mortalità cardiovascolare da 3 a 7 volte maggiore rispetto al rischio dei pazienti in cui tale percentuale era inferiore a tale soglia. E questo indipendentemente da altri fattori clinici e perfino della terapia antipiastrinica adottata.

Il laboratorio

Accanto agli strumenti clinici attualmente in uso per identificare i pazienti ad alto rischio e su cui prestare maggiore attenzione, la misurazione del Tissue Factor piastrinico potrebbe quindi essere, in futuro, un utilissimo “Marker Prognostico” nei pazienti che hanno subito un infarto miocardico, anche perché la sua misurazione è semplice (basta una piccola quantità di sangue) ed anche relativamente poco costosa.

È sufficiente infatti la disponibilità in laboratorio di un citofluorimetro, che è uno strumento già utilizzato in molti centri per la tipizzazione delle leucemie. Ovviamente, perché ciò sia fattibile, occorre effettuare studi multicentrici su larga scala per confermare questi primi risultati sperimentali e successivamente consentirne una possibile applicazione nella pratica clinica.
 


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