Calo di ascolti al Festival, Achille Lauro emoziona
(Renato Franco e Andrea Laffranchi) La scintilla, il fuoriprogramma, il guizzo. Niente. Il Festival prosegue su un binario di placida tranquillità. Troppa. Una seconda serata su cui si allunga l’ombra del debutto che non è stato, confermano i numeri Auditel, un granché: tre milioni di spettatori in meno, un calo di un quarto rispetto allo scorso anno. Il via con le semifinali dei Giovani: passano il sorriso di Nicolò Filippucci con «Laguna» e il timbro unico di Angelica Bove per «Mattone». Al centro le 15 canzoni in gara (oggi le altre 15). In chiusura la nuova classifica decisa da Televoto e Radio: in testa (in ordine casuale) ci sono Tommaso Paradiso, Lda e Aka7even, Nayt, Fedez e Masini, Ermal Meta. I co-conduttori si triplicano. Achille Lauro commuove platea in teatro e divani a casa con «Perdutamente», in ricordo dei ragazzi morti a Crans-Montana. Era la canzone preferita di una delle vittime, il 16enne Achille Barosi, che la madre aveva voluto cantare ai funerali a Milano: «La musica — ha ricordato Lauro di bianco vestito — ha il compito di accompagnarci, non è solo intrattenimento ma qualcosa di più viscerale. Se questa cosa ha confortato anche una sola persona, per noi era un dovere». Anche con «16 marzo», in duetto con Laura Pausini, Lauro guarda dall’alto la serata. Pilar Fogliati sa di già visto ma funziona sempre, l’aristocratica romana è un suo cavallo di battaglia: «Ma voi fate questa cosa come lavoro? Cioè percepite del danaro per fare questa cosa? Sono super fortunate le persone che lavorano, perché sanno cosa fare». Lillo cavalca gli stereotipi del manuale da bravo conduttore: «la splendida cornice dell’Ariston», il «voltiamo pagina», un classico dei tg. Quando il comico chiede dove si deve esibire un cantante a Sanremo, Carlo Conti lo interrompe: «Al Teatro Olimpico?», con un’allusione alla gaffe dell’ex direttore di Rai Sport Paolo Petrecca che aveva scambiato San Siro con lo stadio di Roma alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Certo con questo Lillo (ancora le gag delle pose da balletto) si ride di più al DopoFestival con Federico Basso… Tre milioni di spettatori e il 7% di share in meno. Il Festival è partito in salita (o in discesa dipende da che parte si guarda il grafico). La replica dell’impianto della scorsa edizione non ha pagato. Due motivi saltano all’occhio: la mancanza di un vero show televisivo — zero improvvisazione, mai un’invenzione che lascia il segno, una scintilla — e canzoni che faticano. Per le icone come Patty Pravo, la prima dei Big a esibirsi, ci vorrebbe il premio alla carriera, non una canzone come «Opera» che nei suoi anni d’oro sarebbe stata un lato b. Raffaella Carrà sapeva cantare e ballare: l’omaggio di Elettra Lamborghini in «Voilà» fa percepire la distanza dall’originale. «Italia Startere pack» di J-Ax somma i clichè del country a quelli dei vizietti all’italiana. La performance di Levante e delle bambole di Pezza è meglio delle rispettive canzoni. Bene Nigiotti che con «Ogni volta che non so volare» ha fra le mani un piccolo film. Su «Romantici» Tommaso Paradiso chiude gli occhi e la malinconia avvolge i cuori. Convincono la forza tranquilla di Fulminacci, la coerenza di Nayt e l’eleganza house di Ditonellapiaga. Nel complesso siamo fuori fuoco. Colpa del fotografo o del soggetto? Carlo Conti non sembra turbato: «Sono molto contento. Non ho battuto me stesso ma ho lo stesso sorriso e la stessa serenità dello scorso anno. Rimane un risultato altissimo, il Festival sta bene, lo dimostrano questi numeri: è il quarto miglior risultato dal 1997 a oggi (in share però, non in numero assoluto di spettatori ndr). Io e Amadeus siamo ai primi quattro posti, sono felice di condividere questo record con lui». È onesto e dritto quando gli chiedono se — nel caso l’erosione dei numeri continuasse — la colpa sarebbe da addebitare più alla qualità delle canzoni o alla mancanza dello show: «La colpa sarebbe del direttore artistico».