di
Viviana Mazza
Il rappresentante Usa per il commercio Greer: entrati in vigore al 10%, stiamo lavorando sul 15%
DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON – «Sono in costante contatto con la mia controparte in Europa, la Commissione è completamente d’accordo, vogliono essere sicuri di avere chiarezza su come si svolgerà la cosa. E sappiamo che un accordo è un accordo», dice, calmo, Jamieson Greer, il rappresentante Usa per il Commercio, a un piccolo gruppo di giornalisti, tra cui il Corriere, alla fine del discorso sullo stato dell’Unione di Trump.
Questo pacato 45enne è un cruciale architetto dei dazi: sta aiutando il presidente a trasformare l’economia globale, consigliandogli gli strumenti legali anche dopo la bocciatura della Corte suprema e guidando i negoziati all’estero. Ex missionario mormone in Belgio, Francia e Lussemburgo e avvocato militare in Iraq, padre di 5 figli, cresciuto in una famiglia di umili origini che credeva nell’istruzione, basta parlargli per capire che crede davvero nel piano di rivitalizzare l’industria Usa e proteggerla dalla competizione straniera.
Come hanno reagito Italia e Francia? Tutti d’accordo?
«Prima di tutto il rapporto è con la Commissione europea, che ha competenza per il commercio, ma ovviamene parlo con chiunque lo voglia, ho avuto un incontro con i ministri del G7 lunedì. C’erano la Germania, la Francia, l’Italia, hanno presentato le loro opinioni, tengo tutti informati».
I dazi saranno più alti per chi non accetta i vecchi accordi?
«Bé, se i Paesi non vogliono i loro accordi, allora sì, avranno dazi più alti. Ma mi sembra di capire che vogliono l’accordo, vogliono stabilità con gli Stati Uniti. Abbiamo lavorato in modo costruttivo con molti Paesi e speriamo di continuare, mentre il presidente riporta l’industria in America».
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Londra aveva dazi al 10% (pre Corte Suprema), adesso rischia il 15% come ha scritto Trump sui social?
«I dazi appena entrati in vigore sono al 10% e stiamo lavorando con il presidente sul 15%, vi terremo informati».
Alla fine l’Ue potrebbe avere il 15% e altri il 10%?
«Ci sarà un annuncio su come verrà realizzato il passaggio dal 10 al 15».
E i rimborsi?
«Dovremo vedere che cosa dicono i tribunali su tempi, luoghi, modi… Molte filiali di compagnie straniere — ed è per questo che i Paesi stranieri e le aziende straniere sono contente — pagano un dazio quando il prodotto entra negli Usa. E il grosso problema è che c’è un gruppo di procuratori del partito democratico che hanno chiesto che i soldi tornino a queste aziende».
Cosa succederà con la Cina?
«Ci sono molte comunicazioni in corso. Capiscono che parte dell’accordo per noi prevede un qualche elemento di dazi. Dobbiamo assicurarci di poter commerciare i beni di cui entrambi abbiamo bisogno: terre rare, agricoltura… Siamo abbastanza sicuri in vista dell’incontro (tra Xi e Trump ndr) che saremo in grado di mantenere stabilità con i cinesi».
Trump potrebbe bloccare l’ingresso di alcuni beni negli Usa se imporre dazi richiede tempi troppo lunghi?
«Può farlo con la legge Ieepa, altri presidenti lo hanno fatto, con Cuba. Noi puntiamo a un programma che aumenti i salari, protegga la produzione Usa, riporti in patria catene di approvvigionamento critiche e ci apra mercati all’estero. Il presidente ha fatto 8 accordi in un anno e ne abbiamo una decina in arrivo. È incredibile no? Ha ottenuto che un Paese come l’Indonesia, 287 milioni di abitanti, il quarto più grande al mondo, accetti di ridurre del 99% le tariffe su beni Usa».
E il Canada?
«Hanno espresso il desiderio di avere un accordo alternativo, ma noi puntiamo all’America First, a riportare in patria le catene di approvvigionamento legate ad auto, acciaio, alluminio, vediamo Stellantis che torna dal Canada negli Usa, abbiamo prodotto più acciaio del Giappone per la prima volta da decenni. Se il Canada accetta un dazio più alto mentre apre i suoi mercati come quello dei latticini, il dialogo sarà utile».
Ma gli americani non sono per la maggior parte contrari ai dazi?
«Ho visto alcuni di quei sondaggi, gente che odia il presidente e va a dire la sua. Ma Trump ha sempre puntato sui dazi e ha vinto due volte nel Midwest, vittima della globalizzazione e dell’esodo di impieghi in Messico, Cina, Vietnam».
25 febbraio 2026 ( modifica il 26 febbraio 2026 | 08:18)
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