di
Giuliana Ferraino
Uno scenario di Citrini Research, proiettato nel 2028, descrive un’economia in forte crisi. È solo fiction ma spaventa i mercati. E solleva la questione su come governare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro
Siamo nel giugno 2028. Negli Stati Uniti la disoccupazione è salita al 10,2%. L’S&P 500 ha perso il 38% dai massimi dell’ottobre precedente. I consumi delle famiglie sono in contrazione perché milioni di lavoratori sono stati sostituiti da sistemi di intelligenza artificiale più efficienti e meno costosi. Le imprese che producono tecnologia continuano a generare profitti elevati, ma la ricchezza non si distribuisce in salari e quindi non sostiene la domanda. È il quadro apocalittico descritto in «The 2028 Global Intelligence Crisis», un rapporto pubblicato il 22 febbraio da Citrini Research e costruito come un memo immaginario datato giugno 2028.
Nel mondo immaginato fra due anni, l’intelligenza artificiale non delude le aspettative. Al contrario, mantiene pienamente le promesse. I sistemi automatizzati svolgono attività cognitive e operative meglio e a costi inferiori rispetto agli esseri umani. È proprio questa efficienza radicale a generare lo squilibrio. Se le imprese possono produrre di più con meno lavoratori, la domanda di lavoro si contrae rapidamente. E se il reddito da lavoro diminuisce, si indebolisce anche la capacità di consumo, con effetti a catena sull’economia reale e sui mercati finanziari.
Il documento è esplicitamente presentato come uno scenario estremo, un esercizio di riflessione sui cosiddetti tail risk, che in economia indicano i rischi meno probabili. Quindi non è una previsione. Eppure la sua diffusione ha avuto conseguenze concrete. Nella seduta di lunedì 23 febbraio diversi titoli tecnologici, ma anche le azioni legate ai servizi digitali e di pagamento hanno registrato vendite significative, in un clima di crescente sensibilità verso le implicazioni macroeconomiche dell’automazione.
Le critiche non si sono fatte attendere. Alcuni economisti hanno definito lo scenario eccessivamente speculativo e poco probabile, ricordando che la storia delle innovazioni tecnologiche mostra capacità di adattamento e creazione di nuovi posti di lavoro.
Però la questione sollevata non è priva di fondamento teorico. Parte della letteratura economica recente mette in guardia sul possibile disallineamento tra produttività e occupazione nell’era dell’intelligenza artificiale. Il co-fondatore di Anthropic, Dario Amodei, prevede che l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino al 50% dei lavori «white collar» di primo livello entro i prossimi 5 anni con una possibile impennata della disoccupazione negli Stati Uniti fino al 10-20% se non si adottano politiche di accompagnamento adeguate. Se la produzione aumenta grazie all’automazione, ma i redditi da lavoro non crescono in parallelo, si crea una frattura tra capacità produttiva e capacità di spesa, con potenziali effetti depressivi sulla domanda aggregata.
È su questo terreno che lo scenario di Citrini Research acquista rilevanza politica. Anche se resta fiction, pone una domanda concreta: cosa accade se l’AI funziona troppo bene, troppo in fretta, senza un accompagnamento istituzionale adeguato?
La prima implicazione riguarda il mercato del lavoro. L’automazione sposta la domanda verso competenze altamente specializzate e riduce la necessità di molte mansioni tradizionali, anche qualificate. Senza politiche attive di riqualificazione e formazione continua, una parte dei lavoratori rischia di restare permanentemente esclusa dal mercato. Ecco perché la transizione non può essere lasciata solo alla dinamica di mercato.
La seconda questione è la protezione sociale. I sistemi di welfare sono costruiti su un modello in cui il lavoro salariato è la principale fonte di reddito e contribuzione. Se una quota crescente del valore economico è generata da sistemi automatizzati, occorre ripensare strumenti di sostegno al reddito e meccanismi di redistribuzione che accompagnino chi perde l’occupazione verso nuove opportunità.
Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare il lato costruttivo della trasformazione. La diffusione dell’intelligenza artificiale richiede infrastrutture digitali, data center ad alta intensità energetica, reti elettriche più robuste e sostenibili, nuove professionalità nella progettazione e manutenzione dei sistemi intelligenti. La costruzione di queste infrastrutture e la gestione dei nuovi bisogni tecnologici possono creare occupazione significativa, come ha sostenuto a Davos Jensen Huang, ceo di Nvidia. Ma perché ciò avvenga su larga scala, è necessario coordinare politica industriale, formazione e investimenti pubblici.
La sfida non è fermare la tecnologia, ma governarne gli effetti distributivi. Il rapporto di Citrini Research non è una previsione del futuro, ma un esercizio di immaginazione che mette in luce un rischio: una crescita della produttività che non si traduce automaticamente in benessere diffuso. Anche se lo scenario del 2028 non si materializzerà, la questione che solleva è reale. Preparare la transizione oggi significa evitare che un progresso tecnologico indiscutibile si trasformi domani in una frattura economica e sociale.
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26 febbraio 2026
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