Il corpo di “Rebecca”, protagonista dell’omonimo romanzo del 1938 di Daphne du Maurier, non è fatto di carne e ossa ma di mura, oggetti e memoria. Nella tenuta di Manderley, in Cornovaglia – luogo in cui è ambientata questa storia e dove questo personaggio femminile ha vissuto in passato, da viva – la sua esistenza non si materializza mai in una fisicità concreta ma piuttosto in una forma di astrazione atmosferica; in un sistema di segnali che, più che custodirne il ricordo, sembrano contenerne la reincarnazione, conservandola e rendendola onnipresente. Una formula narrativa paradossale in cui un’assenza diventa presenza e dove, soprattutto, corpo e casa si fondono in un unicum inscindibile, espandendo il concetto di “organismo” dalla scala umana a quella architettonica.
Benni Bosetto, Ritratto
Benni Bosetto, La bocca (detail), Pirelli HangarBicocca, Milan – Courtesy the artist and Pirelli HangarBicocca, Milan
La Rebecca pensata da Benni Bosetto per Pirelli Hangar Bicocca (in corso fino al 19 Luglio 2026) non si insedia in una dimora inglese degli anni trenta ma tra i pilastri e le travi reticolari dell’architettura ex-industriale del cosiddetto “Shed”, area espositiva attiva sin dai primi anni del 2000, vocata a ospitare programmazioni più trasversali e solo show del panorama mid-career e internazionale; lo contamina, trasformandolo radicalmente, ma soprattutto attribuendogli un nome: una qualità che, per l’artista, costituisce l’atto primigenio nella costruzione di un qualsiasi rapporto affettivo. Con questo battesimo – oltre a suggerirci con chiarezza questo specifico riferimento letterario – umanizza lo spazio e attribuisce un’identità di genere, immettendoci in un percorso stratificato e polimorfo, metafora di una struttura umana ma anche della sua stessa pratica artistica, sin dalla sua prima mostra del 2016, vocata all’ibridazione dei medium.
Benni Bosetto, Le cellule (detail), 2026, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026 – Courtesy the artist and Pirelli HangarBicocca, Milan
Curata da Fiammetta Griccioli (risultato di due anni di lavoro) l’intervento parte proprio dal foyer d’ingresso, attraendoci all’interno di un tessuto argenteo e squamoso che, aperto solo nella sua parte centrale, si configura come una “bocca” pronta ad inghiottirci dentro la mostra. Varcata questa soglia quello in cui ci troviamo non è più quel luogo severo e metallico che siamo abituati a conoscere ma, piuttosto, accogliente e dai toni terrosi; una patina molle, conferita da un rivestimento totalizzante di circa trecento strisce verticali di carta, nei toni ocra, marrone e nero, giustapposte una accanto all’altra e destinate ad accogliere migliaia di disegni realizzati a mano. Intitolate “cellule” – proprio per la loro affinità con le unità biologiche che compongono l’essere umano – queste non sono un mero rivestimento parietale ma delle opere finite e autonome raffiguranti due differenti famiglie iconografiche: fiori e piante infestanti, intossicanti come afrodisiache (nature di serie B, desuete e socialmente marginali) e altri soggetti più vicini al ritratto, distinti da ripetizioni figurative o segniche (come l’impronta digitale dell’artista o la R di rebecca) o fantasie erotiche; un lavoro potenzialmente aperto e infinito, risultato di mesi di impegno e dedizione, così intensi, da essere considerato dalla stessa artista un atto performativo in sé – in cui sentirsi, contemporanemente, performer e spettatrice.
Benni Bosetto, “Rebecca”, 2026, Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Avvolto da questo abbraccio grafico, l’impianto compositivo di Bosetto prosegue il gioco allegorico con l’organismo articolandosi in tre fasce longitudinali ben distinte e in perfetto dialogo con la tripartizione delle navate. La parte destra è quella dedicata alla “Guancia”: tra le superfici anatomiche più reattive e sensibili per antonomasia, qui possiamo sederci in una comoda sdraio, distenderci in delle dormeuse o sostare in degli spazi più raccolti grazie ad un contrappunto di tendaggi organizzati a formare piccoli corridoi effimeri e semitrasparenti; è la zona della mostra installativamente più massiva e multidirezionale ma anche quella nella quale si vuole far cogliere il valore della leggerezza e dell’emotività. Immersi in una costellazione di sculture-gioiello in bronzo, terracotta e ceramica – posizionate a terra o sospese dal tetto – emergono tematiche quali il rapporto tra persona e ornamento, il daydreaming come momento di ricerca introspettiva, la confessione come atto di svuotamento o ancora le proprietà curative delle energie “orgoniche”. Teorizzate dallo psicanalista Wilhelm Reich, queste ultime, diventano lo spunto per la creazione di una serie di piccoli cabinet in legno e vetro liberamente ispirati a quelli che usava congegnare il medico austriaco negli anni ’40 – delle ipotetiche celle di accumulazione per trattenere ed emanare quella che lui considerava essere “[…] una forza vitale, universale, presente nell’atmosfera”, antidoto per molte malattie.
Benni Bosetto, Corridoio orgonico (particolare), 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Benni Bosetto, “Rebecca”, Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Una sequenza di riflessioni su contenitori e contenuti, fondamentali per la costruzione della parte più incisiva e muscolare, nonché inedita, della sua Rebecca, la “Pancia”: organo che accoglie, contiene e metabolizza, centro di metamorfosi vitale, essa occupa la navata centrale ospitando un groupage di nuove sculture intitolato “Le Porte”. Una variazione di 9 porte scultoree, non poste in piedi per assumere il proprio ruolo archetipico di soglia o divisione, ma adagiate orizzontalmente a terra, come a suggerire una funzione di passaggio verso mondi sconosciuti o, viceversa, di accesso verso il nostro. Tradizionalmente veicoli forieri di misteri e paure, veri e propri character protagonisti di tanta letteratura, filmografia come di tanta arte visiva, qui esse assumono il ruolo di enigmatici scrigni contenenti stratificazioni letterarie, cinematografiche e personali – o, per usare le parole dell’artista, di “microambienti narrativi” – nei quali il confine tra realtà e immaginario si fa incerto. Passeggiando sopra una moquette verde oliva – che con la sua soffice ovattatura contribuisce ad amplificare la surrealtà della nostra permanenza – ci imbattiamo in lavori come la “Porta mollusco”, che riflette sul concetto di guscio partendo dal pensiero del filosofo francese Gaston Bachelard; la “Porta pomi d’oro”, realizzata in onore al pomodoro, simbolo di continuità del ciclo naturale ma anche soggetto di tantissimi film cari alla Bosetto; la “Porta del gatto e della follia di L. C”, omaggio alla vita solitaria e fragile di un’artista mai diventata famosa; così come la “Porta della spogliarellista” o quella “Sussurri”, quest’ultima ispirata dal film ”The Haunting” di Robert Wise ma anche dai sottili sussurri dorati dipinti da Beato Angelico in una delle sue Annunciazioni.
Benni Bosetto, Porta sussurri (detail), 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Benni Bosetto, Porta pomi d’oro (detail), 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
A fare da contrappeso a questa smisurata ricchezza materica e narrativa ci pensa la rarefazione della parte soprannominata del “Cuore”: posizionata lungo l’intera fascia sinistra e contraddistinta solo da una sequenza di tavolini laterali, luci rosse soffuse e da un palchetto per la diffusione della musica, questa non accoglie alcuna opera tangibile ma l’aleatorietà di una performance. Il cuore di Bosetto è una sala da ballo vuota – simile a quella di una balera – nella quale inscenare una milonga e far danzare ciclicamente tangheri e tanghere, attivando come un ideale flusso sanguigno pulsante. Presentata per la prima volta nel 2024 al Castello di Rivoli, “Tango (II version)” è una riflessione sull’amore, ma più esattamente sul cliché dell’amore indagato nelle sue declinazioni “tossiche”; quelle dettate da una serie di principi e consuetudini non scritte ma eticamente imperfette e sbilanciate, le stesse che Bosetto riscontra in alcune forme patriarcali tipiche del tango. Ai danzatori – interpreti coinvolti in momenti stabiliti del calendario espositivo – la libertà di danzare in coppia ma anche l’obbligo di indossare dei bizzarri cappelli d’artista raffiguranti animali di vario genere; un dispositivo dalla dimensione ironica e grottesca che mira a scardinare l’antropocentrismo della scena, immaginando l’amore come una rete di relazioni ancora più espansa, universale, non limitata all’umano ma estesa ad altre specie e forme di vita.
Benni Bosetto, “Rebecca”, Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Benni Bosetto, Gli occhi, 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano – Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Sotto lo sguardo degli “Occhi”, le guardiane della casa – due altissime tende di pizzo arrotolate in forma cilindrica dai cui sbordano grandi paia di décolleté in ceramica nera – che ci congedano da questo percorso, ci accorgiamo di come Benni Bosetto abbia costruito una mostra particolarmente densa e complessa ma, allo stesso tempo, fortemente intima e anti-monumentale, neutralizzando consapevolmente quell’aura troppo solenne e oppressiva insita nelle caratteristiche dello shed – un po’ come Mrs Danvers, la governante del racconto che, a fine storia, sente la necessità di incendiare la casa che racchiude Rebecca; un atto di purificazione estrema ma necessaria, unica via percorribile per liberarsi di una presenza ingombrante e pensare ad un nuovo inizio.
Benni Bosetto -Rebecca
12.02 – 19.07.2026
Maggiori informazioni qui
Related Stories









