di
Marta Ghezzi

Sedici grandi autori, di ieri e di oggi, hanno raccolto l’appello della Veneranda Fabbrica per un racconto anticonvenzionale

Un Duomo mai visto, per niente simbolico, lontanissimo dai cliché turistici. Eppure sempre potente, perfino quando la sua bellezza, colta in dettagli minuscoli, non è immediatamente riconoscibile. L’invito partito dalla Veneranda Fabbrica con destinazioni i grandi maestri della fotografia, non aveva confini definiti, tranne che per il soggetto: la cattedrale. Esterno, interni, bianco e nero, colori, giorno, notte, prospettiva inedita, ricamo retorico: nessun limite. A cogliere l’appello sono stati soprattutto i big milanesi. Ne è nato un racconto d’affetto, con una narrazione non convenzionale, poetica ma anche inaspettata e a tratti perfino bizzarra.
Con un’apertura speciale nel giorno abituale di chiusura, il mercoledì, inaugura oggi nella Sala Gian Galeazzo del Museo del Duomo, la mostra «Duomo d’autore. Scatti contemporanei per la cattedrale di Milano», momento conclusivo del palinsesto di iniziative «Con gli occhi del Duomo», che ha permesso di conoscere il ricchissimo patrimonio iconografico conservato nell’archivio della Veneranda — oltre 90mila fototipi —. 

L’arciprete del Duomo Gianantonio Borgonuovo, alla guida dell’Area Cultura e Conservazione della Veneranda, a proposito di questo nuovo appuntamento, dice: «Ogni immagine è un atto di interpretazione che trasforma il marmo in emozione, il cantiere in opera d’arte, la piazza in palcoscenico della storia».
La mostra ha un piccolo retroterra, è legata a due donazioni: un’immagine del Duomo di Gabriele Basilico, uno dei suoi classici chiaroscuri d’effetto, con il monumento che sbuca sul palcoscenico urbano, e uno zoom ristretto, dal basso verso l’alto, sulle volte della chiesa, di Giovanni Gastel. «L’idea di una collezione di voci contemporanee ha preso il via proprio dalla generosità dei due maestri», spiega Elisa Mantia, vice direttore Museo del Duomo, «e ci ha spinto a chiedere scatti autoriali ai nomi più noti del settore, o ai loro eredi». 



















































Sedici le immagini in mostra, «un’antologia eccezionale di interpretazioni e letture, con foto storiche alternate a produzioni recenti inedite». Nella sezione vintage c’è la cattedrale a firma Carlo Orsi, con il profilo appena visibile dietro una fitta coltre di nebbia; quella di Ugo Mulas ha la statua di Santa Radegonda in primo piano, ai suoi piedi operai al lavoro sul tetto e oltre le guglie la Torre Velasca, avvolta dallo smog, mentre di Gianni Berengo Gardin c’è la vista sulla facciata dalle vetrate della Sala Fontana del Museo del Novecento. Nello scatto iconico di Gian Paolo Barbieri, per una campagna di moda di Gianfranco Ferrè, la chiesa diventa una sofisticata «scenografia teatrale», mentre l’interpretazione onirica (stampata su tela) di Giorgio Lotti, «raffigura il Duomo come incantato e riflesso nel cielo». E ancora: il reportage sui lavori in corso, con l’obiettivo di Luca Capuano puntato sui ponteggi proprio a fianco dell’altare; l’eterea parata di guglie di Marco Anelli; lo scorcio sulle vetrate di Marco Introini, fino allo sguardo semi irriverente di Giovanni Hänninen, che accende di riflessi rossi la piazza invasa da tifosi, in festa per la vittoria della loro squadra di calcio.


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25 febbraio 2026