di
Giuliana Ferraino

La nuova Mappa di Sace. Il volume degli scambi mondiali è salito del 5%, più delle attese, ma per il prossimo triennio c’è cautela. Il tema della diversificazione

Il commercio mondiale si muove oggi lungo una linea sottile dove la vitalità dei flussi si scontra con una frammentazione normativa senza precedenti. La presentazione della Mappa dell’Export 2026 di Sace avviene in un momento  di estrema complessità per le rotte globali: dopo che la Corte Suprema americana ha bocciato le tariffe mirate dell’amministrazione Trump per eccesso di potere esecutivo, la Casa Bianca ha risposto attivando la Section 122 del Trade Act del 1974. Il risultato è un nuovo dazio generale del 10% sulle importazioni (con minaccia di salire al 15% in tempi brevi), una misura che colpisce indiscriminatamente le importazioni, nel tentativo di aggirare i rilievi legali e mantenere il protezionismo come perno della politica economica statunitense. 

La resilienza del Made in Italy

In questo scenario di incertezza, i numeri dicono che l’export italiano non solo ha retto, ma ha accelerato. Nel 2025, il volume degli scambi mondiali è cresciuto a un ritmo vicino al 5%, una cifra che Alessandro Terzulli, capo economista di Sace, definisce «sorprendente». 



















































L’Italia ha chiuso l’anno con una performance brillante, consolidando il quarto posto tra i maggiori esportatori mondiali. Ma per il triennio 2026-2028, le stime si fanno più prudenti, con una previsione di crescita media del +2,3%. «Le attività economiche globali convivono oggi con livelli di rischio mediamente stabili, ma strutturalmente più elevati rispetto al passato», spiega Terzulli. «Il Made in Italy ha le carte in regola per farcela, a patto di essere presente in maniera più diffusa sui mercati internazionali».

La Mappa di Sace evidenzia come la stabilità sia solo apparente. Sebbene il rischio di credito resti invariato in 93 mercati, la geografia dell’incertezza si sposta. L’aumento del rischio riguarda 38 Paesi che pesano per il 41% dell’export italiano. Ben 63 mercati (35% dell’export) mostrano profili in miglioramento. Ma persistono le incognite tecnologiche, in particolare legate agli  investimenti in intelligenza artificiale, che nel 2025 sono stati un potente volano per la crescita globale.

La necessità di diversificare i mercati

Il vero punto di caduta del sistema Italia rimane però la concentrazione geografica: il fatto che il 45% delle imprese italiane esporti verso un solo mercato rappresenta una vulnerabilità critica in un mondo dove gli Usa cambiano regole dall’oggi al domani e la geopolitica ridisegna i confini. 

La Mappa non è più solo un elenco di mercati «buoni o cattivi», ma in un contesto sempre più incerto assomiglia quasi a un manuale di sopravvivenza. La parola d’ordine lanciata da Sace è diversificazione protetta. Per raggiungere l’obiettivo dei 700 miliardi di euro di export entro il 2027, le imprese devono uscire dalla «comfort zone» dei mercati tradizionali e integrare la gestione del rischio direttamente nelle strategie di crescita. Il messaggio di Terzulli è chiaro: il vento soffia ancora a favore del Made in Italy, ma le barriere – siano esse dazi generali o tensioni geopolitiche – sono diventate una variabile strutturale, non più un’emergenza passeggera.

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26 febbraio 2026