Sessantatré anni di carriera, dodici Festival di Sanremo e più di una canzone che è rimasta nella storia. Bobby Solo parla di Sanremo con la stessa miscela di nostalgia e polemica che lo accompagna da sempre: ricordi vividi, aneddoti da backstage e giudizi senza filtri sul presente.
Ma intanto l’artista torna nella città dei fiori da protagonista, anche se fuori dall’Ariston. Bobby Solo sarà super ospite il 27 al Victory Morgana Bay di Sanremo per “SANREMO ON”, evento del patron Gino Foglia con direzione artistica di Luca Venturi: una serata pensata per celebrare la musica e l’atmosfera sanremese, in una cornice esclusiva e tutta vista mare.
Nella lunga chiacchierata con Leggo, però, il focus resta il Festival: com’era, com’è diventato e perché – secondo lui – oggi vince più il “meccanismo” che la canzone. Dal ricordo di “Una lacrima sul viso” cantata in playback alla convinzione che la melodia sia scomparsa, fino alla rivelazione sul brano contro il femminicidio rifiutato negli ultimi anni. Sanremo, per Bobby, è ancora un’ossessione. Ma anche un campo di battaglia.
È da un po’ che manca dal Festival di Sanremo.
«Avevo proposto un pezzo contro il femminicidio, Nata libera, contro le violenze sulle donne, ma Carlo Conti l’ha rifiutato. Anche Amadeus mi ha rifiutato per 5 anni. Ormai sono legati alle major, alle case discografiche».
Cosa intende?
«I dischi non si vendono più, c’è solo Spotify e streaming. Per guadagnare devono puntare sui giovani. Hanno creato due fabbriche che si chiamano X Factor e Amici. I ragazzi entrano lì e poi vengono lanciati. Il guadagno oggi è sulle serate».
Quindi Sanremo è “solo” una grande vetrina?
«Certo. È la visibilità. Il loro è un ragionamento imprenditoriale. Carlo Conti è in contatto con le case discografiche che cercano di guadagnare con le serate e i concerti, visto che non si vendono più dischi. Non sono un uomo d’affari, sono un cantante. Però lo capisco. Non capisco perché non riescano a creare melodie importanti. Una bella melodia resta. Tutti ricordano 24mila baci, Ciao Ciao bambina, o Cuore Matto. Beyoncè ha cantato Texas Holdem, una canzone cantata e composta nel 1955 da Hank Williams. Lei ha fatto il suo arrangiamento moderno e funziona perché c’è una melodia che funziona. Non capisco come case discografiche miliardarie che non riescano a trovare autori che scrivano melodie belle».
Non ci sono belle melodie negli ultimi Sanremo?
«No. La melodia resta fondamentale. Fa bene all’anima, anche ai giovani.
Ho sentito un disco di Sferaebbasta che diceva “Ti ricopro di sper*a, ti butto nella tomba e ti uccido”, ho pensato ai miei otto nipoti e a mio figlio di 13 anni, il primo ne ha 57. Queste canzoni ti mettono ansia, invece quando i giovani sentivano le canzoni di Hendrix e altri, queste davano una gioia e una felicità mentre questa musica dà disperazione e ansia».
Torniamo a “Una lacrima sul viso”. Che ricordo ha di quella sera a Sanremo quando perse la voce e dovette cantare in playback?
«Mi sentivo umiliato. Mi vergognavo di cantare in playback, ma Mike Bongiorno ha detto al pubblico del Casinò di Sanremo – non si faceva ancora all’Ariston – disse “battete le mani che c’è un povero ragazzo che non ha voce”. Avevo 19 anni e una paura tremenda. Non era mal di gola, era paura. Altri artisti come Mina e Celentano avevano avuto la fortuna di fare la gavetta, io non l’avevo fatta, venivo direttamente dal liceo. Mi trovai davanti telecamere e giornalisti, rimasi bloccato. La notte arrivarono 345mila ordini. In quattro mesi fece due milioni di copie in Italia. Dalle stalle alle stelle».
Che ricordi ha invece dell’edizione che vinse?
«Proprio io non avevo capito che potevo forse vincere, non avevo capito perché ero ancora un bambino, ero come mio figlio a sei anni. Dopo che ho cantato alle 22:30 ho detto al mio arrangiatore, Gianni Marchetti: “Leviamoci lo smoking e andiamo a mangiare un bel pesce sul mare a Sanremo”. Abbiamo mangiato, parlato, bevuto vino. Poi, verso le 11:30, arrivano due della Rai: “Bobby tu sei un pazzo!”. Io: “Perché, cosa ho fatto?”. “Hai vinto, c’è Mike Bongiorno che ti aspetta, ci sono 50 fotografi”. Sono tornato di corsa sul palco. Mike, con quell’accento un po’ americano, mi disse: “Caro Bobby, cosa vuoi dire al tuo amato pubblico adesso che hai vinto?”. Io tremando risposi solo: “Grazie”. È un vero cowboy, sempre di poche parole».
Come vede il Sanremo di oggi?
«Io da vent’anni non sento una melodia a Sanremo. Può darsi che sia un problema mio, ma per me è così. Una volta le canzoni si cantavano per mesi. Oggi dopo 15 giorni non se ne parla più».
Proverà ancora a partecipare?
«Non andrò mai più a Sanremo, l’ho promesso a mio figlio. È un festival che risponde agli interessi dei manager e delle case discografiche. Io mi gestisco da solo, faccio 40-50 concerti l’anno e il pubblico mi segue».
Il 27 febbraio riceverà un premio alla carriera al “Sanremo On”.
«In senso ironico dirò che non ho ancora iniziato la carriera. Sto ancora imparando rock, blues, jazz, country. Non bisogna mai smettere di essere affamati di imparare».
Ultimo aggiornamento: venerdì 27 febbraio 2026, 05:00
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