di
Massimiliano Nerozzi

Dopo l’impresa sfiorata col Galatasaray la proprietà è stata chiara: si ripartirà con l’ex c.t. della Nazionale in panchina, che però in estate chiederà giocatori più adatti al suo gioco

Vota Lucio: «La squadra sta diventando unita grazie al lavoro di Spalletti, siamo sulla strada giusta e per avere successo serve continuità», dice da Londra l’ad della Juve Damien Comolli, parlando al Business of football summit del Financial Times. La Champions è andata, nonostante il quasi ribaltone nel secondo round con il Galatasaray, ma il destino è tracciato: «Abbiamo bisogno di continuità, dobbiamo tenere lo stesso allenatore e la stessa strategia per più tempo, dopo aver cambiato 7-8 allenatori negli ultimi anni». 

Una rotta già indicata da Giorgio Chiellini la notte precedente, ancora dentro all’Allianz Stadium: «Nessun dubbio sul futuro di Luciano, adesso purtroppo avremo qualche settimana libera in più e tempo per metterci a sedere, condividere i piani futuri e formalizzare a tempo debito».



















































Detto chiaro e tondo: «Lui è sempre stato una priorità e mai un dubbio».
Non resta che fargli una squadra, o almeno ristrutturarla, come è nei progetti della dirigenza bianconera, completata dal ds Marco Ottolini e dal dt Francois Modesto: l’obiettivo è lo shopping estivo — dopo un mercato invernale dimenticabile, se non altro evitando di buttar via altri soldi — per cambiare almeno sei-sette giocatori del roster. A partire dall’arsenale, al netto di come andranno le chiacchierate con Dusan Vlahovic, che è in scadenza ma che ancora non ha firmato con la concorrenza. 

Davanti, Spalletti ha bisogno di presenza fisica, sulla quale poter appoggiare il gioco, all’occorrenza; e, va da sè, di qualcuno che faccia qualche gol. Per dire, nel doppio incrocio con i turchi, i bianconeri sono andati a segno con tre centrocampisti (Koop, Locatelli, McKennie) e un difensore (Gatti). Reti dagli attaccanti come le temperatura dagli aeroporti: non pervenute. Morale: bisogna piazzare da qualche parte Lois Openda — fin qui, un super flop — e fare un ragionamento su Jonathan David, bravo nel fraseggio, ma scomparso nel punteggio. Altre riflessioni: sull’affidabilità chilometrica di Zhegrova, sugli stimoli di Cambiaso (se convinto, uno di quelli con maggior talento per il calcio di Spalletti) e, last but not least, la valutazione dei portieri.

Con coerenza, prendendo la Juve in corsa, Spalletti non aveva preteso la luna — «se la squadra restasse così, mi andrebbe bene», il suo mantra durante il mercato — ma è chiaro che, in vista della prossima stagione, il tecnico vorrebbe qualche pezzo adatto alle sue idee di gioco. In fondo, in questi mesi, è stato il suo lavoro a sopperire le carenze strutturali della rosa, oltre a migliorare le performance dei giocatori: da Locatelli, tornato un centrocampista di possesso e non solo di contrasto, a McKennie, ormai issato a giocatore totale, da terzino a centravanti.

Altro punto fermo, la proprietà, assicura ancora Comolli, nonostante le smanie di Tether e l’offerta (rifiutata) da parte del gigante delle stablecoin, di prendere la maggioranza della società bianconera: «Elkann è stato molto chiaro: ha detto che non venderà mai il club», ha spiegato l’ad juventino, interrogato sul futuro dell’azionariato di Madama. «Elkann era nello spogliatoio, dopo la partita di Champions, a ringraziare i giocatori e l’allenatore per lo sforzo ed è incredibilmente coinvolto finanziariamente ed emotivamente: è molto impegnato nel club». Non un dettaglio visto che, al solito, a giugno comanderanno bilanci e conti: dal budget per gli acquisti alla probabile sanzione pecuniaria della Uefa per il financial fair play. Rispetto al recente passato però, la Juve avrebbe un vantaggio: essere certa dell’allenatore, già a marzo.

27 febbraio 2026