di
Renato Franco
Il comico è riuscito a creare in pochissimo tempo un numero, diluito in diverse uscite, che ha dettato la linea narrativa a una serata finalmente riuscita
Fare televisione a volte è semplice: basta prenderne uno bravo e metterlo sul palco.
Sandremo, la scaletta della serata di duetti e cover
Al terzo tentativo Carlo Conti ha trovato in Ubaldo Pantani la figura perfetta per alzare finalmente il livello del Festival: se le prime due serate erano state all’insegna dell’encefalogramma piatto — zero invenzioni, troppa fretta, qualche ospite non sfruttato al meglio (Can Yaman), altri (Lillo e Pilar Fogliati) che non hanno aggiunto nulla —, nella terza lo spettatore addormentato e annoiato ha ricevuto finalmente una scarica di adrenalina.
Incredibile: al Festival si può ridere.
Pantani è un fuoriclasse delle imitazioni, o meglio, come spiega lui, «non sono un imitatore, mi definisco un comico che fa imitazioni».
Nell’ideazione comica dei suoi personaggi sono tre le chiavi fondamentali: voce, somiglianza e testo.
Nel caso del suo strepitoso Lapo questi elementi ci sono tutti: «L’ho cambiato molto nel corso degli anni — ha raccontato —. Prima la chiave comica era legata alla sua vita di eccessi. Poi si è trasformato quasi in un personaggio di fantasia, che ha poca attinenza con la persona veramente esistente. Oggi è un ricco gaffeur che mantiene l’ingenuità del matto: dice cose che gli altri non oserebbero dire».
Se il Festival preferibilmente vive di unicità — meglio avere personaggi che si vedono poco in giro —, Pantani è riuscito a rovesciare anche questa regola: tutte le settimane è da Fazio, quindi lo spettatore è abituato al suo volto e alla sua comicità, eppure lui è riuscito a creare in pochissimo tempo — era stato annunciato solo una settimana fa — un numero, diluito in diverse uscite, che ha dettato la linea narrativa a una serata finalmente riuscita.
27 febbraio 2026 ( modifica il 27 febbraio 2026 | 13:38)
© RIPRODUZIONE RISERVATA