di
Corriere Animali

Una patologia fungina l’ha portata sulla soglia dell’estinzione totale. Lo Smithsonian Institute sta provando il «rewilding». Al primo tentativo si è scoperto che la minaccia è ancora presente, ma alcuni esemplari sono sopravvissuti

La rana dorata  (Atelopus zeteki) prova a riconquistarsi uno spazio in natura. Dal 2009 di questa specie endemica di Panama non si hanno praticamente più tracce negli ambienti naturali di cui è originaria, a causa di una malattia devastante causata da un fungo che ha decimato la specie. Un progetto di salvaguardia dello Smithsonian Institute ne ha curato la conservazione e la riproduzione in cattività e proprio in questi giorni sono in corso delle sperimentazioni sul campo, nelle sue zone di origine, per capire se ci sono le condizioni per una reintroduzione che consenta un progressivo ripristino della specie. 

I primi test effettuati con il rilascio controllato di 100 esemplari hanno dimostrato che le condizioni ambientali sono ancora di forte rischio. A portarla sull’orlo dell’estinzione è stata la chitridiomicosi causata da un fungo, il Batrachochytrium dendrobatidis, che ne infetta la pelle alterandone l’equilibrio elettrolitico. E portandola alla morte. Il fungo è arrivato a Panama negli anni 80 e si è diffuso rapidamente perché le sue spore sopravvivono nell’acqua e si attaccano a tutti gli animali. La rana dorata viveva proprio a ridosso di fiumi e torrenti impetuosi ed è stata travolta dalla proliferazione fungina, così come altri piccoli organismi di cui si nutre. 



















































Il fungo, e di conseguenza il rischio di contagio, è ancora molto presente. Le prove di rilascio servono tuttavia per testare le possibilità di garantire un futuro all’iconico anfibio, caratterizzato da un colore giallo acceso, a volte maculato, anche al di fuori di laboratori e zoo. I cento esemplari sono stati liberati in recinti a rilascio graduale, i «mesocosmi», in cui le rane hanno trascorso 12 settimane. Il 70% degli animali è morto a causa della chtridiomicosi. 

I dati raccolti dalle rane decedute, spiega lo Smithsonian nel suo blog, saranno tuttavia utilizzati per comprendere meglio le dinamiche della malattia e come gli animali riacquistino la loro tossicità cutanea dopo aver consumato una dieta selvatica. Molte delle rane rimaste in vita sono state in ogni caso completamente rilasciate dopo la sperimentazione e stanno dunque affrontando il loro destino, provando a cavarsela schivando il contagio. 

Nel frattempo il progetto di conservazione continuerà. I dati raccolti permetteranno di studiare i meccanismi di assorbimento delle tossine e di elaborare diverse strategie, per esempio individuando  alcuni siti, indenni dalla presenza del fungo, in cui tentare una riproduzione in natura. «I nostri precedenti modelli – ha spiegato Brian Gratwicke, biologo della conservazione allo Smithsonian’s National Zoo and Conservation Biology Institute (Nzcbi) – suggeriscono che potrebbero esserci siti di rilascio selezionabili come rifugi climatici, luoghi adatti alle rane ma troppo caldi per il fungo».  

Per ricevere tutti gli aggiornamenti sul mondo degli animali
Iscrivetevi alla newsletter Animali

27 febbraio 2026 ( modifica il 27 febbraio 2026 | 09:40)