di
Federico Rampini

L’analisi di Rozenblat, ricercatore che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano: «Un cambio di regime ora», aveva scritto, «potrebbe essere più favorevole di un lungo processo diplomatico»

Perché Donald Trump ha ordinato l’attacco sull’Iran?

La decisione era da giorni nelle mani del presidente, che su Truth ha detto: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare». 



















































I preparativi erano di fatto in corso da settimane. E gli Stati Uniti avevano spostato «a distanza utile» una quantità di forze militari tale da permettere un intervento militare di lunga durata.

Il rafforzamento militare era proseguito nonostante proseguissero i colloqui tra le delegazioni di Washington e Teheran: molti funzionari americani erano rimasti per tutto questo tempo scettici sulla possibilità di un accordo. Trump pretendeva infatti la rinuncia completa al programma nucleare, incluso lo stop all’arricchimento dell’uranio; Israele spingeva perché venisse smantellato anche l’arsenale missilistico iraniano.

Israele si preparava da settimane a un possibile conflitto, a soli 8 mesi dalla guerra di 12 giorni in cui Stati Uniti e Israele avevano colpito siti militari e nucleari iraniani.

Il dispiegamento americano era imponente: decine di caccia e di aerei cisterna per rifornimento in volo, due gruppi d’attacco con portaerei (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford) con relative scorte di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini

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Fino a qualche settimana fa il Pentagono non si considerava del tutto pronto a sostenere le minacce di Trump: le forze americane nella regione, tra 30.000 e 40.000 uomini distribuiti in otto basi, disponevano di difese aeree insufficienti. Nell’ultimo mese però sono stati trasferiti sistemi Patriot e THAAD per intercettare i missili iraniani, insieme a numerosi caccia F-35, F-22 e F-16 e bombardieri strategici in stato di allerta. 

Ma quali sono i fattori che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a ordinare l’attacco? Ad argomentare le sei «ottime ragioni»  per farlo è stato un autorevole esperto, che è una fonte di parte: Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council, che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano. Il fatto che sia classificabile come un «falco», tuttavia, non attenua l’interesse della sua analisi. 

Da un lato, Rozenblat è infatti in grado di veicolare per noi lo stesso tipo di argomenti che Benjamin Netanyahu ha presentato a Trump. D’altro lato, come si vede dall’approccio che usa, l’analista israeliano sa toccare i tasti nevralgici dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti. 

Decifrare o prevedere Trump è sempre complicato, nelle sue decisioni c’è una componente di intuizione e di impulsività. Ma questa analisi di Rozenblat mette a fuoco alcuni ingredienti sostanziali di quel processo decisionale. Ecco la sua analisi, che estraggo dal sito dell’Atlantic Council: 

«Una svolta strategica dai negoziati» restava «improbabile. L’Iran sostiene che il proprio programma di missili balistici e il sostegno fornito alla rete regionale di proxy (le milizie armate come Hamas, Hezbollah, Houthi, ndr) siano non negoziabili — proprio le aree in cui l’Amministrazione Trump chiede concessioni drastiche».

Trump poteva propendere per «un attacco coercitivo limitato — cioè contro installazioni dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e delle milizie Basij — mirato a far rispettare la «linea rossa» di Trump sull’uccisione dei manifestanti e costringere l’Iran a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Tuttavia, un simile attacco probabilmente avrebbe effetti limitati sul calcolo strategico del regime e non garantirebbe un confronto militare gestibile, poiché l’Iran ha dichiarato di prepararsi a misure di ritorsione in caso di attacco».

La seconda opzione era quella di «una campagna più ampia volta a ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento del regime — come l’accettazione di severe limitazioni ai missili balistici e alle attività dei proxy — o perfino a provocare un cambio di regime» con «una campagna militare prolungata e ben coordinata, sostenuta dagli alleati regionali, che costringa il regime a scegliere tra “bere il calice di veleno” per sopravvivere oppure affrontare un conflitto che minaccia la sua stessa esistenza».

La ricerca di un cambio di regime «comporta rischi significativi, tra cui la possibilità di frammentazione interna in fazioni armate o perfino una guerra civile su larga scala. Tuttavia, i benefici di cambiare radicalmente — o addirittura eliminare — la Repubblica Islamica potrebbero superare i rischi se l’alternativa è un Iran rafforzato e non dissuaso. Ecco sei ragioni strategiche per cui una campagna militare decisiva sarebbe la scelta giusta».

1. È un momento unico per ridisegnare il Medio Oriente: l’Iran si trova nel punto di massima debolezza dalla rivoluzione del 1979 dopo le recenti proteste, la guerra di dodici giorni di giugno con Israele e il drastico indebolimento della sua rete terroristica. La dottrina difensiva iraniana — composta da programma nucleare, potenza convenzionale e rete di proxy regionali — non è riuscita a dissuadere Israele e Stati Uniti dal colpirlo, esponendo di fatto il regime come una tigre di carta. Una campagna decisiva contro il regime potrebbe sbloccare iniziative regionali statunitensi oggi stagnanti, dall’integrazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo fino all’avvicinamento all’Occidente di paesi sostenuti dall’Iran come Libano e Iraq.

2. L’imperativo morale: la brutale repressione dei manifestanti ha portato le tensioni al punto di ebollizione. I rapporti provenienti dall’Iran sono strazianti. Mentre le cifre ufficiali parlano di «soli» 3.117 morti, alcune stime sono molto più alte, da oltre 6.000 a più di 30.000 uccisi in due giorni». La promessa di Trump di “venire in soccorso” del popolo iraniano «non poteva llimitarsi alla retorica ma doveva diventare testimonianza della leadership morale americana».

3. Il dilemma della credibilità: rinunciare alla forza militare avrebbe potuto evitare un conflitto immediato ma rischiava paragoni con la «linea rossa» dell’allora presidente Barack Obama in Siria. Nel 2013 Obama non rispose militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad contro la popolazione, che aveva definito appunto una «linea rossa». Se Trump non reagisse, Teheran potrebbe concludere che Washington arretrerà sotto pressione purché l’Iran resti determinato nella resistenza.

4. Gli interessi economici. Un diverso regime iraniano potrebbe reintegrare le immense riserve energetiche del Paese — le seconde al mondo di gas e le terze di petrolio — nei mercati occidentali. Ciò coincide con la visione dell’amministrazione di ampliare l’accesso americano alle risorse energetiche come elemento chiave della politica estera. La combinazione tra la caduta di Nicolás Maduro in Venezuela e un cambio di regime in Iran potrebbe compromettere seriamente la sicurezza energetica cinese, poiché Pechino si riforniva da entrambi per fino al 30% delle sue importazioni petrolifere grazie ai prezzi scontati. Complicare i calcoli economici della Cina e deviarne l’attenzione potrebbe favorire altri obiettivi statunitensi nei confronti di Pechino, come prevenire un conflitto su larga scala nello Stretto di Taiwan.

5. Un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel futuro iraniano: i fallimenti sistemici interni causati dal regime — iperinflazione, scarsità d’acqua e corruzione diffusa — insieme alle recenti proteste suggeriscono un declino terminale. Tuttavia attendere passivamente il collasso non era una strategia sostenibile per promuovere gli interessi regionali americani. «Un approccio attivo, anche militare, permetterebbe a Washington di orientare la transizione assicurando uno scenario post-regime favorevole e negando a Russia e Cina la possibilità di sfruttare un vuoto di potere in Iran. Ciò non implica necessariamente una presenza permanente di truppe come in Iraq, ma un sostegno economico e diplomatico a gruppi di opposizione capaci di offrire un’alternativa e promuovere cambiamenti positivi.

6. La minaccia continua del programma nucleare iraniano: mentre gli attacchi statunitensi di giugno agli impianti nucleari erano necessari per ritardare un’immediata capacità iraniana di ottenere l’arma atomica, probabilmente hanno fatto arretrare il programma solo di pochi mesi. L’Iran aveva dichiarato la volontà di continuare e il rafforzamento delle strutture sotterranee indicava il rifiuto di abbandonare le ambizioni nucleari. Trump ha affermato ripetutamente che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di armi nucleari: doveva agire.

«Proseguire i negoziati in questa fase» rischiava «di fornire al regime una vitale ancora politica ed economica proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il divario tra le posizioni di Washington e Teheran rende necessario l’uso della forza per ristabilire la credibilità della deterrenza americana e costringere l’Iran a cambiamenti drastici o a mettere a rischio la sopravvivenza del regime».

Nell’attuale contesto, «uno sforzo decisivo guidato dagli Stati Uniti e volto al cambio di regime potrebbe offrire un risultato strategico più sostenibile rispetto a un lungo processo diplomatico».

28 febbraio 2026 ( modifica il 28 febbraio 2026 | 09:13)