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Viviana Mazza e Greta Privitera
Ritratto dell’uomo più potente di Iran, tornato nel mirino degli Stati Uniti e di Israele con l’operazione «Ruggito del Leone»
Dicono che sia stato trasferito in un bunker sotterraneo. Forse a Levizan, nel nord-est di Teheran. «Non è a Teheran», dice un funzionario iraniano alla Reuters, «ed è in un luogo sicuro». E con Ali Khamenei, nel rifugio, potrebbero esserci i membri della famiglia. Anche se non si sa dove possa trovarsi il suo preferito, il secondogenito Mojtaba, designato a prendere il suo posto.
C’è ansia nell’entourage dell’uomo che da 37 anni guida e reprime l’Iran. Che dopo la «guerra dei 12 giorni», di pochi mesi fa, si trova di nuovo di fronte a un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, i cui obiettivi dichiarati sono stati enunciati da Trump in un video su Truth: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare».
Obiettivi che non includono – esplicitamente – la sua eliminazione. Ma che lasciano pensare che tra gli obiettivi finali ci possa essere anche la sua uccisione – anche se, per ora, non è che un’ipotesi.
L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran, in diretta
È dalla morte di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah libanese, che le misure di sicurezza intorno all’ayatollah sono state rafforzate. La protezione di Khamenei è affidata a un apparato gestito dai pasdaran del Corpo delle Guardie della Rivoluzione (Ircg), attraverso una sua unità speciale, la «Vali Amr Protection Corps». «Nessuno si fida più di nessuno», diceva una fonte, «è evidente che il Mossad sia anche tra i suoi fedelissimi».
Khamenei non mette piede fuori dall’Iran dal lontano 1989, l’anno in cui fu incoronato grande capo. «Fu una sorpresa» quando diventò Guida suprema, dopo la morte del fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini, ha raccontato al Corriere Gary Sick, che fu il principale negoziatore della Casa Bianca durante la crisi degli ostaggi del 1979.
«Era un alto funzionario nel Consiglio di Comando della Rivoluzione e aveva occupato una serie di ruoli chiave, incluso quello di viceministro della Difesa, ma non era mai stato tra quelli che davvero avevano fatto la rivoluzione o uno dei leader. Era un religioso, ma molti clerici di alto rango non lo ritenevano qualificato per la presidenza né per sostituire Khomeini», ha detto Sick.
Eppure, Khamenei è stato presidente per due mandati, a partire dal 1981, e nel 1989 diventò Guida suprema con una modifica della Costituzione. «E immediatamente lo chiamarono ayatollah, anche se non lo era affatto». Era un hojatolleslam, un religioso di rango più basso: i critici negli anni lo hanno deriso con il soprannome «Shish Kelaseh», cioè «sei anni di scuola».
Khamenei non ha il carisma di Khomeini, ma è stato in grado di mantenere il potere, e la «fiamma» della rivoluzione islamica, grazie all’alleanza con i conservatori e i pasdaran.
«Quando diventò leader nel 1989, aprì la porta alle Guardie rivoluzionarie in campo economico e in politica, soprattutto per contrastare il movimento riformista», ha raccontato Mohsen Sazegara, che risiede in America dal 2003, e che quando è diventato riformista finì in carcere. Da allora la Guida e i pasdaran si sono appoggiati l’uno all’altro. «E su questa strada Khamenei ha trasformato l’Iran nel tipo di dittatura che solo lo scià avrebbe potuto sognare», ha affermato Sick.
Di origini azere, da giovane l’ayatollah componeva poesie, indossava abiti casual, parlava del suo amore per la letteratura. Ha sposato Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh e ha sei figli: quattro maschi e due femmine. Noto per uno stile di vita sobrio e ascetico, odia il lusso. Ha un arto parzialmente paralizzato dopo un attentato del 1981 e nel 2014 è sopravvissuto a un cancro. Raccontano che rifiuta i doni preziosi, o li vende devolvendo il ricavato ai più bisognosi. Ideologicamente, Khamenei si presenta come il custode dei valori della rivoluzione islamica: giustizia sociale, indipendenza nazionale e governo islamico. Ma il suo modello reale è chiaramente autoritario e repressivo, finalizzato a garantire la sopravvivenza del regime. Gli ayatollah imprigionano, torturano e uccidono qualunque forma di dissidenza, lo abbiamo visto con i tentativi di rivoluzione degli ultimi anni. Dal 2009, con il Movimento verde, fino al 2023, con Donna, Vita, Libertà, dove sono state imprigionate oltre ventimila persone e uccise cinquecento.
Nell’ipotesi che tra gli obiettivi di Trump e Netanyahu ci sia l’eliminazione della Guida Suprema, diventa rilevante provare a immaginare quali siano gli scenari del dopo Khamenei. Sono anni che circola il nome del secondogenito, il figlio prediletto Mojtaba, come successore. L’uccisione del leader rischierebbe di far esplodere lotte intestine che allargherebbero il caos anche alla regione, visto l’influenza su Siria, Libano, Iraq e Yemen. Non si può escludere un colpo di stato militare, una guerra civile, oppure una rivoluzione di popolo. I riformisti potrebbero tentare di prendere il potere, oppure potrebbe tornare un leader della diaspora, come il principe Reza Pahlavi che in questi mesi ha detto più volte: «Sono a disposizione del mio popolo».
28 febbraio 2026 ( modifica il 28 febbraio 2026 | 09:00)
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