di
Chiara Bidoli

Per anni è stata una malattia senza spiegazione e senza prospettive. Oggi è un modello di ricerca internazionale grazie all’incontro tra clinici, scienziati e famiglie

Ci sono malattie che entrano nella storia della medicina in silenzio, quasi di nascosto. Senza un nome, senza una spiegazione, spesso senza una speranza. La Sindrome di Aicardi-Goutières è una di queste. Rara tra le rare, per molti anni è stata una diagnosi che non spiegava, non prometteva, non curava. Oggi è diventata invece il simbolo di come la scienza possa avanzare quando clinici, ricercatori e famiglie camminano insieme.

La storia

La sindrome viene descritta per la prima volta nel 1984 da Jean Aicardi e Françoise Goutières, che riconoscono una nuova encefalopatia infantile a esordio precoce, caratterizzata da calcificazioni dei gangli della base, danno della sostanza bianca del cervello e atrofia cerebrale che allora definirono ad evoluzione progressiva con grave compromissione di tutte le funzioni motorie, cognitive e comunicative dei bambini affetti. Era una descrizione clinica rigorosa, ma ancora priva di una spiegazione causale.



















































Poco dopo, Pierre Lebon individua un elemento destinato a cambiare la storia della malattia: livelli persistentemente elevati di interferone-α nel liquido cerebrospinale dei bambini colpiti. È il primo biomarcatore della sindrome, il segnale che suggerisce un coinvolgimento profondo del sistema immunitario e apre la strada a una nuova interpretazione patogenetica.

In Italia, uno dei primi casi segnalati, fu diagnosticato nel 1989 da Elisa Fazzi, neuropsichiatra infantile, attualmente presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), già direttore della UONPIA dell’ASST Spedali Civili e professore ordinario all’Università di Brescia, allora ricercatore presso l’IRCCS C. Mondino di Pavia. 

« In quegli anni la Sindrome di Aicardi-Goutières non era ancora riconosciuta come una malattia genetica. L’ipotesi infettiva veniva esclusa, ma non esisteva un modello etiopatogenetico (tutto ciò che riguarda l’origine e lo sviluppo di una malattia, ndr) alternativo. La diagnosi era un punto di arrivo e purtroppo una sentenza senza appello, non l’inizio di un percorso di cura o di ricerca», dice Fazzi.

La svolta

Arriva negli anni successivi grazie alla collaborazione di esperti a livello internazionale. Il lavoro di Yanick Crow, in collaborazione con altri gruppi, porta all’identificazione dei primi geni responsabili (TREX1, RNASEH2A/B/C, SAMHD1 cui ne seguirono altri, ad oggi sono 9, ndr), dimostrando che la sindrome è una malattia genetica. «Nasce così il concetto di interferonopatie genetiche, malattie autoinfiammatorie rare causate da mutazioni monogeniche che provocano una produzione eccessiva e incontrollata di interferone-alfa (una proteina prodotta naturalmente dal corpo che stimola il sistema immunitario a combattere infezioni virali e cellule tumorali ndr), di cui l’Aicardi-Goutières diventa il modello fondativo», spiega Fazzi.

L’importanza della rete

La storia della Sindrome di Aicardi-Goutières non è solo una storia di scienza. È anche una storia di famiglie, di amicizia e di solidarietà. Nel 2000, Nadia Cairati e Roberto Oriano, genitori di Diego, decidono di non lasciare che il dolore resti un’esperienza privata e senza sbocco. Scelgono di dargli un senso, un’utilità collettiva. Chiedono aiuto alla professoressa Fazzi che, nel frattempo aveva raccolto e seguiva alcuni bambini con la Sindrome, avendo imparato a riconoscerla e a diagnosticarla, e con l’appoggio di Giovanni Lanzi, allora direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Pavia e di Fiammetta Boni Longo, volontaria , fondano nel 2000 la International Aicardi-Goutières Syndrome Association (IAGSA), raccogliendo un gruppo di famiglie italiane e straniere ,trasformando una condizione di estrema solitudine in uno spazio di condivisione e di ricerca e apertura al mondo. All’atto fondativo partecipa Jean Aicardi

Elisa Fazzi insieme a Simona Orcesi, anche lei membro del direttivo SINPIA e ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università di Pavia, accettano di accompagnare l’associazione come riferimenti scientifici ed ancora oggi rivestono rispettivamente il ruolo di Direttore e di Segretario scientifici dell’Associazione.

Da quel momento, famiglie e medici iniziano a camminare insieme
«La IAGSA diventa un punto di riferimento per clinici e ricercatori italiani e stranieri, organizza convegni, favorisce la raccolta sistematica dei dati clinici, promuove progetti di ricerca. La sindrome esce dall’invisibilità. I pazienti non sono più casi isolati, ma parte di una comunità», commenta Fazzi. 
I casi segnalati, noti e visitati dai medici della Associazione diventano sempre più numerosi , sono ormai più di un centinaio e rappresentano un patrimonio di conoscenza che rende i medici italiani punto di riferimento anche dei pochi ricercatori che nel mondo si occupano di studiare questa misteriosa e severa malattia. Crescono le collaborazioni, fra tutte quelle con Yanick Crow, con Pierre Lebon fino ad arrivare oltreoceano a Filadelfia dove nasce una forte sinergia con il Children Hospital di Filadelfia e con il centro di studio delle Leucodistrofie diretto dalla prof. Adeline Vanderver.

Negli anni, il gruppo italiano contribuisce in modo sostanziale allo studio della correlazione genotipo-fenotipo, degli esiti neuroevolutivi e degli aspetti neuroradiologici e dell’evoluzione clinica nel tempo, fino ad aprire una nuova prospettiva: quella terapeutica avviando la sperimentazione di terapie innovative mirate alla modulazione della risposta interferonica.

Nascono un Progetto Europeo (NIMBL) ed un Progetto finanziato dall’NIH, il prestigioso ente di ricerca americano oltre che innumerevoli progetti finanziati dal Ministero della Salute, da Regione Lombardia e da vari enti pubblici e privati. Negli ultimi anni, studi firmati o co-firmati da Fazzi, Orcesi e dagli allievi e collaboratori che mano a mano hanno arricchito il gruppo dei ricercatori che in Italia e all’estero si occupano di questa malattia documentano l’utilizzo dei primi farmaci (come ad esempio gli inibitori della via JAK/STAT), segnando un cambiamento radicale di prospettiva per una malattia che fino a poco tempo fa era considerata non trattabile.

La Sindrome di Aicardi-Goutières oggi

Oggi, a più di quarant’anni dalla prima descrizione e a venticinque dalla nascita della IAGSA, la Sindrome di Aicardi-Goutières non è più solo una diagnosi che spaventa. «La terapia risolutiva non è ancora disponibile e il cammino resta lungo, ma esistono studi clinici, prospettive concrete e una comunità scientifica internazionale che lavora per progredire.
Nella Settimana delle Malattie Rare, questa storia mostra che anche dalle patologie più rare può nascere conoscenza di frontiera. E che quando famiglie, clinici e ricercatori scelgono di camminare insieme, il dolore può trasformarsi in futuro» conclude Fazzi.

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28 febbraio 2026