di
Renato Franco
Il comico si racconta dopo l’exploit di giovedì sera
Fare televisione a volte è semplice: basta prenderne uno bravo e metterlo sul palco. Ubaldo Pantani con il suo Lapo Elkann ha dimostrato che c’è vita anche all’Ariston.
Davvero è stato chiamato da Carlo Conti solo domenica scorsa?
«In realtà no, è successo due settimane fa. Carlo però prima di telefonarmi ha voluto sentire Fabio (Fazio) per capire se era d’accordo sul “prestito” in Rai. E poi abbiamo tenuto la notizia segreta perché volevamo fare l’annuncio a Che tempo che fa, nel luogo dove Lapo sta vivendo la sua terza giovinezza».
Perché parla di «terza giovinezza»?
«Perché ho cambiato molto Lapo nel corso degli anni. Quando l’ho inventato a Mai dire gol la chiave comica era legata alla sua vita di eccessi».
Quindi si è evoluto a «Quelli che il calcio» da Simona Ventura.
«Lì ho iniziato a trasformarlo quasi in un personaggio di fantasia, che aveva poca attinenza con la persona veramente esistente».
Il Lapo di oggi?
«È una maschera, un gaffeur milionario profondamente buono: ha un’innocenza di giudizio fondata sulla totale assenza di cattiveria».
In che rapporti siete con il vero Lapo?
«Ci siamo incontrati un sacco di volte. Ora verrà a vedere il mio spettacolo a Milano, ma prima conto di andare a trovarlo io».
Il Lapo senza maschera?
«È una persona straordinaria. Quando ci sentiamo è per il piacere di sentirci; in passato è capitato di parlare a lungo anche di cose private e si è creato un rapporto di fiducia e stima: tra di noi c’è tanto “non detto”. L’amicizia per me è un sentimento che ha frequenze molto silenziose, anche sotto traccia. E so che lui è tra le persone con cui, quando ho voglia, mi posso confidare».
Quanti messaggi ha ricevuto dopo la serata al Festival?
«Tantissimi. Mi hanno fatto molto piacere quelli dei colleghi: Panariello, Vernia, Lauretta… ma ho paura di scordarmene qualcuno».
Il primo?
«Ovviamente Lapo. Più che altro molte emoji di apprezzamento».
Un WhatsApp inaspettato?
«Quello di Mario Giordano. Io gioco sulla caricatura del suo modo di fare giornalismo show, ma ovviamente nella caratterizzazione c’è anche il cliché dell’esasperazione della sua voce. E lui non si è mai lamentato, anche se di fatto è una sorta di body shaming. Eppure non se l’ha mai presa, non è così scontato».
Il palco di Sanremo può bruciare carriere. Lei come l’ha affrontato?
«Mi ha aiutato molto il fatto di esserci già stato nel 2017, sempre con Carlo, quando feci un’apparizione nei panni di Giletti. Lì capisci che Sanremo è un campionato a sé: è la gestione dell’imprevisto, nel bene e nel male, che lo rende così bello».
La sensazione più forte?
«L’accoglienza del pubblico: mi ha permesso di vivermela bene, con serenità e divertendomi».
La sua comicità è un misto di scrittura e improvvisazione.
«Ho iniziato a fare questo lavoro nel ‘97 grazie a un provino di Boncompagni: 40 minuti a briglia sciolta, senza copione, perché portavo un personaggio surreale, un profeta del cabaret che teorizzava la dilatazione spazio-temporale del concetto battuta-risata: quindi non devi ridere subito, ma dopo una settimana. Boncompagni mi chiese di parlargli del cabaret norvegese per sondare la mia capacità di improvvisare».
Conti le ha chiesto di tornare anche per la finale?
«No, no. Anche perché non so se la faccia mi regge. Durante la serata ho fatto più cambi di Irina Shayk».
28 febbraio 2026
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