di
Federico Fubini

Il presidente Usa è convinto di aver raggiunto un buon grado di “energy dominance” ma l’Iran continua ad avere una grande capacità di destabilizzare il mercato mondiale del petrolio

Uno dei presupposti della guerra contro l’Iran lanciata da Donald Trump stamattina è che l’impatto sul prezzo del petrolio sia controllabile. L’amministrazione americana ne è convinta e la sua stima è alla base dell’azione contro il regime di Teheran, che in questa fase è responsabile della produzione di circa il 5% dell’offerta mondiale di greggio. La Casa Bianca pensa di poter evitare un nuovo choc petrolifero e, con quello, un’ondata di inflazione che investirebbe gli Stati Uniti e le economie europee.

Dominio energetico

Ma è tratta di un calcolo corretto o è un eccesso di fiducia, che può portare a conseguenze più pesanti?
Le ragioni dell’ottimismo di Trump sono diventate visibili negli ultimi mesi. Gli Stati Uniti ritengono di aver raggiunto un buon grado di “energy dominance” (dominio energetico), uno degli obiettivi che il presidente si è sempre prefisso. Oggi la produzione americana di greggio è la più vasta al mondo, con circa venti milioni di barili di greggio al giorno e dunque una quota di mercato che si avvicina al 20%. L’Arabia Saudita e la Russia, secondo e terzo fornitore, hanno in questa fase volumi di poco superiori alla metà di quelli degli Stati Uniti.



















































Anche altre ragioni fanno credere a Trump di poter contenere qualunque riduzione dei flussi dal Golfo o gli aumenti di prezzo dettati dall’incertezza. Non solo il suo governo di recente ha preso di fatto il controllo della produzione del Venezuela, che comunque non supera il milione di barili al giorno. Soprattutto, Trump ha visto che i suoi interventi nello scacchiere geopolitico negli ultimi mesi non hanno avuto effetti negativi sui mercati. In giugno scorso la guerra dei dodici giorni di Israele contro l’Iran, chiusa da un bombardamento americano sulle centrali nucleari, ha portato a un’impennata dei prezzi limitata (da 62 a 72 dollari sul Brent) e seguita da un rapido calo. Anche la rimozione del dittatore di Caracas Nicolas Maduro non ha avuto conseguenze sui listini. Effetti contenuti si erano già visti durante tutte le peggiori fasi di instabilità in Medio Oriente degli ultimissimi anni: dall’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, alla successiva reazione di Israele, fino agli attacchi di Israele contro Hezbollah in Libano e all’Iran stesso.

Produzione e consumo

Gli americani, numeri alla mano, contano di non dover dipendere più dal petrolio del Golfo come durante gli anni Settanta. La loro produzione nazionale è raddoppiata negli ultimi anni e ciò rende la Casa Bianca più incline a prendere rischi in Medio Oriente.
Inoltre oggi il mercato è più liquido, con l’offerta e la domanda più in equilibrio. Grazie alla diffusione delle sue auto elettriche, volte a ridurre la dipendenza energetica, ogni anno la Cina sta consumando meno petrolio: già mezzo milione di barili in meno nel 2025 (a 10,6 milioni) rispetto al 2023. Di questo passo in due anni la Repubblica popolare, oggi primo cliente di Teheran, può azzerare gli acquisti di greggio iraniano senza conseguenze.

Le riserve

Poi ci sono i magazzini, pieni come non accadeva da anni. Gli Stati Uniti per primi dispongono di vaste riserve strategiche a cui sono pronti a attingere per compensare gli choc. Due mesi fa l’Agenzia internazionale dell’energia ha dichiarato che gli stock mondiali di greggio inutilizzato sono ai massimi dalla pandemia e offrono dunque un cuscinetto prezioso. Anche per questo il prezzo del barile è sì salito negli ultimi giorni con l’intensificarsi dei venti di guerra ma, a 72 dollari per barile di Brent, è appena ai livelli di un anno fa. Queste considerazioni, tuttavia, potrebbero alimentare un eccesso di fiducia. L’Iran continua ad avere potenzialmente una grande capacità di destabilizzare il mercato mondiale del petrolio. E il regime degli ayatollah può essere disposto a farlo, se vede che la sua sopravvivenza è in gioco come sta accadendo in queste ore.

Le conseguenze

In primo luogo, l’Iran può cercare di imporre il blocco dello stretto di Hormuz da cui passa circa il 20% dell’export mondiale: le petroliere provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Iraq, Bahrein, oltre che dell’Iran stesso. È possibile che il blocco non duri, ma rischia di allargare il conflitto ad altri Paesi e renderlo più lungo e dispendioso. A maggior ragione in questa fase di tensioni crescenti fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Inoltre la produzione di Teheran negli ultimi anni è molto cresciuta, da meno di quattro a 5,5 milioni di barili. E l’impatto può essere serio se il Paese sprofonda nel caos o i lavoratori dei giacimenti, come accaduto in passato, entrano in sciopero. Tra l’altro Teheran è in grado di colpire direttamente sia i giacimenti che le scorte dell’Arabia Saudita, come ha già fatto anche negli ultimi anni.

L’impatto economico

Se la guerra lanciata questa mattina da Trump si protrae, il presidente dovrà rifare i conti sul suo impatto economico. Le sue esperienze dell’ultimo anno alimentano la sua fiducia: presto di capirà se è solo accecamento.
Intanto qualcuno tira un sospiro di sollievo: il recente calo dei prezzi, unito alle sanzioni, aveva portato le entrate di Mosca da petrolio sotto i livelli di guardia che avrebbero obbligato il Cremlino a tagliare la spesa pubblica. La sostenibilità finanziaria dell’aggressione all’Ucraina era sempre più in dubbio. Ma l’attacco di Trump all’Iran, come effetto collaterale, ridà mezzi economici alla guerra di Vladimir Putin.   

Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.

SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.

28 febbraio 2026 ( modifica il 28 febbraio 2026 | 11:16)