Sul versante del Vomero che guarda il mare, nel punto in cui città e paesaggio si baciano e si rincorrono tra i tornanti di via Filippo Palizzi, c’è un’espressione insieme composta e giocosa del liberty napoletano, Villa Ascarelli. Oggi, una generosa porzione di quest’edificio costruito tra il 1913 e il 1915 su progetto di Adolfo Avena, è oggetto di un intervento di restauro e ristrutturazione firmato dall’architetta Marinella Rauso con Paola Verde: abitare contemporaneo e tutela si incontrano nei 170 metri quadrati del piano nobile. All’inizio del Novecento il Vomero è una collina scelta per l’aria più salubre e per la vista, ancora in parte agricola, destinata a diventare uno dei quartieri residenziali più ambiti della città. In questo contesto Avena definisce il profilo di una villa che interpreta l’Art Nouveau con il rigore del lessico costruttivo della Napoli di quel periodo: ferri battuti, decorazioni floreali, una scala d’ingresso di impianto monumentale a dispetto dei soli tre piani e una grande vetrata policroma che, modulando la luce in scomposizioni cromatiche teatrali, definisce il passare delle ore. L’architettura unisce costruzione e ornamento, qualità che gli valgono la stima di Gustave Eiffel e che nel panorama locale si traducono in un’attenzione costante al dialogo tra struttura e apparato decorativo.
Ph. courtesy Marinella Rauso
Il liberty partenopeo, nella sua originalità applicata, si distingue da quelli internazionali per la relazione meno omogenea con il paesaggio e per un uso plastico del ferro e del vetro a far da raccordo tra natura e artificio. Le altezze generose, le gerarchie distributive nette, la sequenza di ambienti di rappresentanza costituiscono un’infrastruttura spaziale precisa, con cui ogni intervento successivo deve misurarsi. Il piano del progetto è vincolato sia nelle facciate che negli interni e, come spiega Rauso, “il doppio vincolo ha implicato un confronto costante con la Soprintendenza, dove ogni modifica ha richiesto nulla osta e dimostrazioni di compatibilità con il carattere dell’immobile. Se da un lato lavorare nelle case storiche significa sapere dove fermarsi, dall’altro è uno stimolo per trovare soluzioni abitative che non costringano il committente a vivere in un museo”.
Ph. courtesy Marinella Rauso
Ph. courtesy Marinella Rauso
Così, le preesistenze – altezze superiori ai quattro metri, cassettonato ligneo del salone principale, pavimenti storici, porte con cornici d’epoca e decorazioni in gesso – sono diventate il punto di partenza. Tra gli anni della sua edificazione e i Novanta l’appartamento ha attraversato frazionamenti e modifiche poco coerenti; il corridoio centrale, probabilmente più lungo in origine perché collegava unità contigue, è ridimensionato attraverso il volume del controsoffitto che integra impianti e climatizzazione canalizzata. La verticalità è calibrata, ma resta leggibile l’imposta degli archi come traccia dell’assetto precedente. Il nuovo elemento funziona come spina tecnica e distributiva, senza competere con l’esistente. “Il passato ti offre modanature, altezze, finestre, aperture. Dentro questi elementi ti muovi come un architetto moderno, nel senso più letterale del termine”, continua Rauso. L’assetto tradizionale è mantenuto: living sul lato destro, camere sul lato sinistro, affaccio principale verso il mare. A caratterizzare il salone maggiore, un soffitto oro e avorio che è stato sottoposto a un restauro stratigrafico; il tempo lo aveva ossidato, velando la leggerezza che la doppia cromia restituisce oggi alla stanza. Levigati e rilucidati anche i pavimenti, le porte e le finestre.
Ph. courtesy Marinella Rauso
Ph. courtesy Marinella Rauso
Accanto a questo lavoro di conservazione si inseriscono interventi contemporanei riconoscibili ma misurati. Nel secondo salone una carta da parati a tema floreale introduce una quinta scenica che dialoga con il lessico liberty senza imitarlo. La palette complessiva è chiara, studiata per amplificare la luce naturale. La cucina si sviluppa oltre una sequenza di archi. Il pavimento preesistente, deteriorato, è sostituito da una superficie ipergrafica che definisce un’idea di autonomia rispetto alla casa. Gli arredi laccati color champagne si affiancano a un tavolo Tulip, un guizzo del design, un calembur che porta il Novecento nel Novecento. Le prescrizioni della tutela incidono anche sull’organizzazione funzionale: i bagni restano tre, come autorizzato, e non è consentita un’ulteriore frammentazione. “Il vincolo non è un limite, è uno strumento progettuale”, sottolinea Rauso. Il bagno ospiti è concepito come ambiente autonomo e profondamente scenografico, con carta da parati e vasca in evidenza. Quello padronale, accessibile dalla cabina armadio dalle tonalità scure, richiama atmosfere milanesi degli anni Trenta. Il pavimento in esagoni di Tonalite, nella dialettica tra nero e bianco, e il mosaico ceramico Appiani nella doccia – preferito alla variante vitrea per la qualità materica e per la possibilità di integrare una seduta, oltre che generare un trompe l’oeil a ogni cambio di fuga – tratteggiano uno spazio intimo e calibrato.
Ph. courtesy Marinella Rauso
Gli oggetti personali, un Fornasetti, una motocicletta da collezione, introducono una dimensione domestica che sottrae rigidità celebrativa agli ambienti storici. Anche le nuove vetrate interne si distinguono e lasciano visibile il punto di contatto, come segno della trasformazione. L’adeguamento energetico e impiantistico è integrato senza compromettere l’identità dell’involucro. Negli ultimi mesi l’appartamento è stato inserito nel circuito di Open House Napoli, suscitando un interesse superiore alle previsioni. La partecipazione del pubblico conferma come il tema dell’abitare nel patrimonio storico sia centrale nel dibattito architettonico. Villa Ascarelli conserva la propria matrice liberty e al tempo stesso accoglie il quotidiano nella sua verità d’uso in un equilibrio dove tutela e trasformazione coesistono in armonia.
Ph. courtesy Marinella Rauso
Related Stories
Sono miope e astigmatico. Due difetti visivi a cui devo una necessità antropologica: quella di capire prima di mettere a fuoco. Persone, paesaggi e oggetti, attraverso la lente della moda, che utilizzo per formazione, mi sembrano un po’ più chiari. Quella del giornalismo, che imparo a indossare ogni giorno, mi aiuta a (ri)definire il contesto, attualizzarlo e tradurlo in piccoli racconti contemporanei per Elledecor.it, Esquire.it e Harpersbazaar.it






