Il via libera all’intesa sulla riforma che dà maggiori poteri a Roma Capitale arriva in tarda mattinata. A ventiquattr’ore esatte dalla riunione a Palazzo Chigi, finita con una fumata grigia. Ruota tutta intorno a un aggettivo: «Amministrative». Saranno le funzioni che la legge dello Stato potrà riconoscere ai Comuni capoluogo di città metropolitane. Un passo in avanti rispetto alla dicitura precedente e una garanzia per il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, preoccupato che, in assenza di un’adeguata specificazione, altre città si sarebbero viste attribuire – con iter più snelli – gli stessi poteri legislativi (o quasi) che Roma avrà al termine del lungo percorso previsto dalla riforma costituzionale.

Ma cosa c’è di mezzo tra lo stallo di giovedì sera e la quadra di ieri mattina? Una nottata che ha portato consiglio, certo, ma soprattutto un giro di chiamate tra i principali attori al tavolo. Con due “pontieri” d’eccezione: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.

Le chiamate

Ma ripartiamo dall’inizio, vale a dire dal tavolo tecnico riunitosi nel tardo pomeriggio di giovedì a seguito del vertice a Palazzo Chigi a cui hanno preso parte, oltre a Meloni, la ministra per le Riforme istituzionali, Elisabetta Casellati, il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, il sindaco Gualtieri, e il governatore del Lazio, Francesco Rocca. Ai legislativi il task di trovare una soluzione in grado di mettere d’accordo il primo cittadino e il ministro del Carroccio. A partire dall’emendamento presentato dal governo alla riforma, risultato di un’intesa interna al centrodestra con il placet del partito di via Bellerio.

Testo che prevede l’attribuzione di generiche «funzioni», con legge dello Stato, ai Comuni capoluogo di città metropolitane. Per i leghisti un compromesso accettabile, nonostante la propria richiesta fosse di procedere tramite semplici intese con le Regioni interessate; per il Campidoglio, al contrario, una formula vaga a tal punto da generare un cortocircuito interno alla riforma. Che, nel dettaglio, prescrive per la Capitale un iter più complesso qualora voglia chiedere ulteriori funzioni amministrative.

Proprio da qui sono ripartiti i tecnici, ipotizzando una corsia preferenziale, su questo fronte, anche per la Capitale: con l’inserimento dell’articolo 114 della Costituzione (quello sull’autonomia degli enti territoriali) tra le norme transitorie, anche Roma potrà allargare il proprio “raggio d’azione” con una semplice legge ordinaria e non rafforzata. Un escamotage che non è bastato, tuttavia, a sciogliere le riserve del sindaco, convinto che la semplice formulazione di «funzioni» non fosse sufficiente, di per sé, a garantire che il Carroccio, in un secondo momento, non andasse oltre lo steccato previsto – idealmente quello dei poteri amministrativi – chiedendo per le singole città poteri legislativi che sono, invece, prerogativa di Roma.

Né ha giovato il muro eretto dal ministro Calderoli, quando – per fugare i dubbi – è stata avanzata la richiesta di aggiungere alla parola «funzioni», anche l’aggettivo «amministrative».

Il nuovo testo

Un muro nel quale è toccato alla premier aprire la prima breccia. È stata l’inquilina di Palazzo Chigi, che più volte ha richiamato tutti a uno «sforzo comune», a contattare il ministro leghista e a mediare, facendo cadere le ultime riserve: l’espressione «funzioni amministrative» entrerà nel testo che verrà ulteriormente riformulato. E suonerà più o meno così: «La legge dello Stato può attribuire alle città specifiche e ulteriori funzioni amministrative sulla base di principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza».

Sull’altro fronte, ci ha pensato il primo cittadino di Napoli e presidente Anci, Gaetano Manfredi, con diversi contatti telefonici con il “collega romano”, a remare a favore dell’intesa stilata ieri. Come? Ribadendo l’unicità di Roma sul fronte legislativo, ma anche guardando al bicchiere “mezzo pieno” per diverse città italiane (per le quali, forse, la riforma della Capitale non è stata facile da mandar giù in un primo momento): «Sui poteri legislativi è naturale che l’unica sia Roma Capitale, altrimenti faremo 8mila Repubbliche, diversi sono i poteri amministrativi su cui sono d’accordo che le grandi città metropolitane debbano avere dei poteri più ampi perché devono gestire situazioni complesse che richiedono strumenti efficaci».

Dal Campidoglio, dove in più parlano di un passo avanti positivo, l’auspicio che filtra è quello di arrivare ad approvare la riforma con la più larga maggioranza possibile, ma anche di definire speditamente e in modo consensuale il testo della legge ordinaria sull’ordinamento di Roma, che dovrà individuare le risorse adeguate all’esercizio delle nuove prerogative e al ruolo di Capitale.

Anche da via della Scrofa si saluta con favore il superamento dell’impasse: «Sarebbe stata una beffa per i romani lo stop alla riforma per una questione più formale che sostanziale, per fortuna ha prevalso il buonsenso, soprattutto grazie alla forte volontà di Giorgia Meloni di trovare una soluzione condivisa», rivendica il senatore Andrea De Priamo.

Mentre la ministra Casellati, a margine dell’incontro con il presidente del Senato francese, Gérard Larcher, ha riscontrato, da parte sua, «grande interesse per le riforme del premierato e di Roma Capitale».

La controprova dell’intesa è nel calendario di Montecitorio: il ddl costituzionale è ricomparso all’ordine del giorno dei lavori della commissione Affari costituzionali per la prossima settimana, con al fianco la dicitura: «Sono previste votazioni». Meglio tardi che mai.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti e retroscena del panorama politico
Iscriviti e ricevi le notizie via email